Clima

Aree non assicurabili

Eventi estremi sempre più frequenti stanno mettendo in crisi un sistema pensato per un mondo stabile. Le “aree non assicurabili” stanno facendo capolino in molti Paesi. E il caso emblematico dell’Alta Vallemaggia

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Un'immagine scattata a Fontana alcuni mesi dopo l'alluvione

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Di: Mat Cavadini 

L’idea che esistano territori “non assicurabili” sembrava, fino a pochi anni fa, un’iperbole da climatologi. Oggi è una realtà che avanza più velocemente del riscaldamento globale stesso. Mentre gli eventi estremi diventano più frequenti e più violenti, l’assicurazione – il meccanismo con cui le società moderne hanno imparato a distribuire il rischio – mostra crepe profonde.

Il caso più emblematico arriva dalla California. Nel 2024 State Farm ha deciso di non rinnovare 72.000 polizze casa, giudicando il rischio incendi insostenibile. Altri sei grandi assicuratori avevano già fatto un passo indietro. Chi resta senza copertura viene indirizzato al FAIR Plan, l’assicuratore di ultima istanza: nel giro di tre anni è passato da 271.000 a oltre 684.000 polizze. Un aumento del 152%. Il sistema è arrivato vicino al collasso dopo gli incendi di Los Angeles del 2025, salvato solo da un intervento pubblico da un miliardo di dollari. È difficile immaginare un segnale più chiaro: il mercato, da solo, non regge più.

L’Europa non è messa meglio. Secondo EIOPA, il 75% delle perdite economiche causate da catastrofi naturali non è coperto da assicurazioni. In Germania le compagnie avvertono che i premi potrebbero raddoppiare entro dieci anni. In Francia il sistema CatNat, basato su un principio di solidarietà nazionale, è in deficit dal 2016: il governo ha dovuto aumentare la sovrattassa obbligatoria sulle polizze dal 12% al 20%.

Anche la Svizzera, spesso citata come modello di resilienza assicurativa, sta iniziando a mostrare segnali di affaticamento. Il Paese dispone di uno dei sistemi più solidi al mondo, ma il clima che cambia sta mettendo in crisi anche quello che viene definito come il Paese più assicurato al mondo. Negli ultimi anni i costi dei sinistri legati a grandinate, alluvioni e frane sono cresciuti più rapidamente dei premi, e diversi cantoni hanno avvertito che la frequenza degli eventi estremi sta erodendo la capacità di mantenere tariffe uniformi per tutti gli assicurati. Pur non esistendo ancora vere e proprie “aree non assicurabili”, alcune zone alpine ad alto rischio frana richiedono già coperture più costose o soluzioni alternative, come modelli parametrici o fondi di riassicurazione pubblica.

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Esistono innovazioni come i CAT bonds o l’assicurazione parametrica, che permettono di sbloccare fondi rapidamente. Ma non basta. Nel 2024, secondo Swiss Re, il 57% delle perdite globali da catastrofi naturali è rimasto scoperto.

È qui che entra in gioco lo Stato. Il Regno Unito lo ha fatto con Flood Re, un fondo di riassicurazione che mantiene accessibile la copertura contro le alluvioni. La Francia lo fa da decenni con CatNat. L’Unione Europea sta valutando un sistema pubblico-privato che potrebbe ridurre il “protection gap” dal 75% al 10%, ma richiederebbe fino a 65 miliardi di euro di garanzie pubbliche.

Che il settore pubblico dovrà intervenire non è più un’ipotesi. Il tema è quanto rapidamente riuscirà a farlo. Perché l’assicurazione non è solo un prodotto finanziario: è un’infrastruttura sociale. Quando viene meno, non crolla solo un mercato: crolla la possibilità stessa di vivere in un territorio, di investire, di ricostruire dopo una catastrofe. Il caso dell’Alta Vallemaggia è emblematico, tra le regioni più esposte del Ticino e tra le più fragili dell’arco alpino.

Sebbene il rischio naturale qui sia elevatissimo (frane, colate detritiche, caduta massi), i sostegni federali arrivano col contagocce, lasciando ai comuni e ai consorzi locali l’onere di proteggere un territorio che vive in equilibrio precario. In assenza di investimenti pubblici adeguati, anche il sistema assicurativo fatica: i premi aumentano, le coperture si restringono e la valle diventa un esempio concreto di come il rischio climatico possa superare la capacità di risposta delle istituzioni.

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