Svizzera

Siria, non vogliamo abituarci all'orrore

Due anni di proteste contro Bashar el Assad

  • 15.03.2013, 16:55
  • Ieri, 12:24
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15 marzo 2011-15 marzo 2013. Due anni sono passati dall’inizio delle proteste in Siria, poi trasformatesi in una vera e propria guerra civile. Due anni in cui, dati delle Nazioni Unite, oltre 70'000 persone hanno perso la vita, l’equivalente di 95 ogni giorno. Sono invece 200'000 le persone date per scomparse, 3 milioni e 600'000 gli sfollati interni, un milione e 300’000 i rifugiati che vivono nei paesi confinanti e in Nordafrica, per un totale di circa 5 milioni, poco meno di un quarto della popolazione siriana e, per usare un termine di paragone, più della metà della popolazione svizzera. Numeri, statistiche che, da una parte danno la portata di una tragedia che si trascina da 730 giorni, ma che dall’altra non toccano veramente il cuore.

Bisogna allora dar voce a questa guerra, che vede opposti il Governo di Bashar el Assad e i cosiddetti ribelli, tentando di umanizzarla attraverso le testimonianze di chi si trova nel paese, di chi aiuta o di chi è scappato, come Samuele Khalaf che da anni vive in Ticino: “ Non ho notizie dei miei famigliari da dieci giorni ”, racconta con la voce rotta dall’emozione, “ l’ultimo contatto che ho avuto è con mia sorella, che mi ha parlato delle bombe. Speriamo che riescano scappare presto, altrimenti dovranno aspettare la morte ”. “ Bashar al Assad ci ha ucciso ”, racconta invece un bimbo siriano rifugiato in un campo profughi in un video (vedi sotto) postato sulla pagina Facebook della Comunità siriana in Canton Ticino, “ ..ma noi cosa gli abbiamo fatto? Noi stiamo qui. Noi cosa gli abbiamo fatto? Non abbiamo colpe ”.

Se questo bimbo potesse parlare con altri bimbi di altri conflitti, come quello iracheno, verrebbe a sapere che certe domande non trovano mai risposte. E soprattutto verrebbe a sapere che questo è solo l’inizio e che i suoi piccoli compagni rappresenteranno la generazione cresciuta nella guerra, sradicata dal proprio paese, che ha visto le proprie case distrutte, il proprio passato coperto dalle macerie solo, e non è poco, per aver detto basta allo strapotere di un uomo. Questo bambino senza nome verrebbe inoltre a sapere che, sempre in Iraq, sono centinaia di migliaia i bimbi che proprio in seguito al conflitto hanno perso entrambi i genitori diventando facili prede di qualsiasi violenza. La comunità internazionale tergiversa, il conflitto continua e sentire di morti e bombardamenti diventa per molti routine. E’ la situazione peggiore, quella che porta poco per volta ad abituarsi all’orrore e a trasformarlo in normalità.

Alessandra Spataro

Sulla scia della “Primavera araba”, il 15 marzo 2011, una decina di ragazzini di una scuola di Daraa copiarono sulle pareti della scuola lo slogan della rivolte arabe. Finirono in carcere e a casa non tornarono più. Presto esplosero le proteste, poi sfociate in guerra civile

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Bashar el Assad (11 settembre 1965) è presidente della Siria dal 2000. Le proteste nei suoi confronti iniziano nel sud del paese nel 2011, espandendosi velocemente fino alla capitale Damasco. Avevano quale obiettivo di spingerlo ad attuare le riforme necessarie a dare un’impronta democratica al paese. Dal 1963, per esempio, in Siria è in vigore una legge che vieta le manifestazioni di piazza. Secondo il Governo, le proteste miravano invece a creare una Stato islamico radicale, siccome all’interno del Consiglio nazionale siriano vi sono esponenti dei Fratelli Musulmani. Bashar el Assad è di fede alawita, gruppo musulmano sciita. In Siria, la maggioranza della popolazione è sunnita. Il paese rappresenta la punta più avanzata della politica anti-israeliana.

Cina e Russia sono gli alleati della Siria in questo conflitto, a differenza di Lega Araba, Unione Europea, Stati Uniti e diversi altri paesi. Più volte hanno posto il veto a risoluzioni delle Nazioni Unite, che avrebbero condannato le azioni di Assad con sanzioni. Per Pechino e Mosca, tali risoluzioni avrebbero potuto favorire un intervento straniero. La Lega Araba, da parte sua invece, ha sospeso la Siria e ha inviato una missione di osservatori nel 2011, come proposta di risoluzione pacifica. Lo stesso è stato fatto dall’ONU nominato Kofi Annan quale inviato speciale nel paese. Al di là di parole, sanzioni circoscritte, prese di posizioni, tutti gli interventi internazionali scelti sino ad ora non sono riusciti a sbloccare la situazione.

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Nell’estate dello scorso anno gli occhi della diplomazia internazionale erano tutti puntati sul confine turco-siriano, dopo che il 21 giugno una caccia bombardiere turco venne abbattuto in acque internazionali. Ankara punta subito il dito contro Mosca, che avrebbe lanciato l’ordine di colpire il velivolo. La situazione si fa sempre più tesa dopo che, sempre in territorio turco, cadono missili siriani, causando diversi morti. Nel corso dei mesi proseguono le tensioni, ma nessuno decide per un intervento su suolo siriano. Viene deciso però l’invio di missili Patriot e soldati statunitensi, olandesi e tedeschi sul confine-turco siriano come chiesto dal premier Erdogan.

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