La Giornata della Memoria ricorre il 27 gennaio, una data stabilita nel novembre del 2005 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per commemorare le vittime dell’Olocausto. Proprio il 27 gennaio del 1945, infatti, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva verso Berlino, scoprirono il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau e liberarono i detenuti.
Le commemorazioni sono cominciate in diverse città europee già a partire dalla serata di lunedì e la ricorrenza è stata anche oggetto di un messaggio da parte di Guy Parmelin, presidente della Confederazione. “La Svizzera ribadisce con fermezza la determinazione a combattere l’antisemitismo e ogni forma di razzismo, intolleranza e discriminazione”, si legge.

La giornata della memoria
Telegiornale 27.01.2026, 12:30
Ma come entra questo argomento nelle scuole? “Mancano delle indagini sistematiche su quanto la Memoria della Shoah, in particolare, viene percepita come attuale dagli studenti. Tuttavia, ci sono delle fonti che indicano che il coinvolgimento emotivo è sempre molto presente. Andrebbe poi indagato con altri strumenti se c’è anche una conoscenza storica profonda”, racconta ai microfoni di Modem Sonia Castro, professoressa associata in didattica della storia al Dipartimento Formazione e Approfondimento della SUPSI e docente di storia contemporanea all’Università della Svizzera italiana.
L’approccio emotivo
La Memoria ha varie dimensioni. C’è chi sostiene che tener viva la memoria del passato impedisca a quel passato di diventare storia. “C’è l’idea che sia sufficiente ricordare questi eventi dal punto di vista delle vittime per diventare immuni contro le violenze di massa. Non è affatto così”, afferma Valentina Pisanty, docente di semiotica all’Università di Bergamo, e autrice di vari saggi che toccano la questione dell’Olocausto e della memoria. “Ciò che deve essere messo a tema con chiarezza e lucidità è quanto sia automatico questo passaggio dal non dimenticare al ‘mai più’. Bisogna reintrodurre un pensiero più storico e critico, che indaghi i processi che hanno reso possibile quel tipo di violenza”.
Gaza e il cortocircuito con il presente
Dopo l’attacco di Hamas contro Israele nell’ottobre 2023 e la guerra a Gaza, le reazioni degli studenti sono state molto forti. In diversi Paesi si sono verificati casi di occupazioni universitarie. “È del tutto comprensibile, quasi naturale, che di fronte a una violenza di questo tipo si sia creato il corto circuito tra presente e passato, non solo nelle menti degli studenti”, spiega Pesanty. “Questo è dovuto dalla pretesa di quella memoria trasmessa in modo ritualizzato e svuotata dei suoi contenuti storici che però era stata presentata come il nostro perno morale e come la promessa che simili violenze non si sarebbero più ripetute”.
“Sarebbe utile abituare i ragazzi a non essere superficiali. A distinguere, quindi, quello che può essere antigiudaismo da antisemitismo. Alcuni colleghi dicono che bisognerebbe anche trattare l’islamofobia o l’atteggiamento antislamico: in sostanza, tutte le forme che riguardano la discriminazione e il razzismo verso l’altro”, aggiunge Sonia Castro.
La fine dell’era dei testimoni
Uno dei pilastri della Memoria è stato a lungo il ruolo dei testimoni diretti, che però, nel caso dell’Olocausto, stanno inevitabilmente venendo a mancare per ragioni anagrafiche. “L’era del testimone era cominciata negli anni ’70 e ha avuto il suo apice intorno agli anni ’90. Oggi non abbiamo più il testimone in carne e ossa ma disponiamo di una serie di materiali: musei, memoriali, letteratura, cinema”, ricorda Castro. “Tuttavia, bisogna andare oltre il solo coinvolgimento emotivo verso la comprensione della complessità”.
Il caso svizzero
La Memoria può essere legata anche ai luoghi: c’è chi, in gita di maturità, per esempio, visita anche un campo di sterminio. In Svizzera, però, non esiste un luogo per la memoria. “Stiamo andando verso la costituzione di un luogo della Memoria nazionale. Il memoriale, attualmente oggetto di un bando di concorso, nascerà a Berna in una posizione privilegiata vicino a Palazzo federale. Sarà il primo museo in Svizzera dedicato alle vittime del nazismo”, spiega Castro.
Una riflessione necessaria riguarda anche il ruolo della Svizzera, Paese neutrale che non ha partecipato direttamente al conflitto né subito occupazioni nazifasciste. “Ricordiamo il ritorno alla neutralità integrale nel 1938 e, nel 1939, l’introduzione dell’obbligo di visto per tutti gli stranieri, anche solo di passaggio. Ricordiamo inoltre la politica adottata durante la Seconda guerra mondiale in materia di accoglienza e respingimento dei rifugiati, tra cui molti ebrei che, dopo essere stati respinti, furono destinati ai campi di concentramento. È fondamentale riflettere in modo critico su come un Paese neutrale abbia tutelato – o meno – i diritti fondamentali in quel periodo storico”, conclude Sonia Castro.
Insegnare la Memoria
Modem 27.01.2026, 08:30
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