La Giornata della Memoria, celebrata ogni 27 gennaio, ricorda la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz avvenuta il 27 gennaio 1945. È un momento dedicato a commemorare le vittime della Shoah, le persecuzioni contro il popolo ebraico e tutti coloro che subirono deportazioni, prigionia e morte nei campi nazisti. Per ricordare questo anniversario vi proponiamo un reportage di Paolo Tognina per Segni dei Tempi dedicato agli ebrei che durante la persecuzione nazista entrarono in Svizzera attraverso la Valtellina e la Valposchiavo
Il 2 dicembre 1943, un gruppo di ebrei - composto da due famiglie, gli Ascoli e i Grünfeld - stava percorrendo, di notte, un sentiero che collega la Valtellina alla Valposchiavo. Arrivati il giorno prima a Tirano, i profughi si erano accordati con alcuni contrabbandieri che li avrebbero guidati fino a Campocologno, in territorio elvetico.
Dalla fuga alla tragedia
«Nei pressi del cippo di confine numero 3», ricorda lo storico Andrea Paganini, autore del volume La frontiera dalle uova d’oro. Contrabbando di uomini e di merci tra Valtellina e Valposchiavo, Vittoria Ascoli, 43 anni, madre di Paola e Luciano, moglie di Renzo, avvocato di Venezia, scivolò e cadde nel dirupo. Il suo corpo venne recuperato il giorno seguente dalle guardie svizzere. Il funerale «di quella povera vittima», celebrato a Campocologno il 5 dicembre, «vide una grande partecipazione di popolo», commentò il settimanale “Il Grigione Italiano”.

Internamento in Svizzera
Renzo Ascoli e i due figli, Paola (all’epoca ventenne) e Luciano (14 anni), vennero trasferiti a Samedan, poi a Ringlikon, nei pressi di Zurigo. Grazie all’intervento di un conoscente, Oscar Burri, che garantì finanziariamente per loro, poterono poi stabilirsi a Lucerna e più tardi in Ticino, per permettere a Luciano di proseguire gli studi.
La notizia della disgrazia raggiunse i parenti rimasti in Italia, a Roma, solo nell’aprile dell’anno successivo. Luciana Castellina, giornalista, all’epoca ragazzina, nipote di Vittoria Ascoli, ricorda l’arrivo di una lettera - spedita dalla Svizzera e transitata dal Portogallo - che gettò la famiglia nello sconforto rivelando la tragica notizia.

Profughi ebrei in Valposchiavo
«Attraverso la Valposchiavo entrarono in Svizzera, durante la Seconda guerra mondiale, circa un migliaio di profughi ebrei», dice ancora Andrea Paganini.
Una prima ondata si registrò dopo l’8 settembre 1943, quando il maresciallo Badoglio firmò la resa agli Alleati. La successiva occupazione del paese da parte delle truppe tedesche spinse moltissimi soldati, civili ed ebrei, italiani e di altre nazionalità a cercare rifugio in Svizzera.
Si colloca in quei giorni l’episodio del passaggio in Svizzera di alcune centinaia di ebrei che si trovavano al confino all’Aprica. Quelle persone - dalla popolazione locale denominate “zagabri”, in quanto provenienti dalla Jugoslavia - furono protagoniste di una fuga rocambolesca. Aiutate da don Giuseppe Carozzi e don Cirillo Vitalini, parroco di Bratta, frazione di Bianzone, dal comandante dei Carabinieri di Aprica Bruno Pilat, e dal capitano della Guardia di Finanza di Tirano, Lorenzo Marinelli, all’avvicinarsi dei tedeschi vennero avviate verso il confine svizzero. Parecchi di loro coprirono parte del tragitto a bordo di una corriera della ditta Perego, appositamente richiesta da don Carozzi.

Respingimenti e arresti
«Fu in quella circostanza che si verificò l’unico caso documentato di respingimento lungo il confine della Valposchiavo», afferma lo storico Andrea Tognina, autore di importanti ricerche sulla politica d’asilo svizzera negli anni della Seconda guerra mondiale. «Un gruppo di “zagabri” venne rimandato indietro, ma poco dopo poté rientrare». Fu un intervento di Heinrich Rothmund, capo della divisione di polizia del Dipartimento federale di giustizia e polizia, ricordato per la sua intransigente politica di chiusura delle frontiere, a ordinare di accogliere quelle persone.
Una seconda ondata di arrivi seguì alla decisione della Repubblica di Salò di avviare le deportazioni di ebrei verso i campi nazisti. Fu quello il motivo che spinse gli Ascoli e i Grünfeld ad affrontare il viaggio verso la Svizzera.
Che si trattasse di andare incontro a gravissimi pericoli lo evidenzia un ulteriore episodio, ricordato ancora da Andrea Paganini. «Nel dicembre 1943, pochi giorni prima di Natale, una retata della Milizia fascista, condotta nel tiranese, portò all’arresto, in un colpo solo, di 42 ebrei in procinto di attraversare il confine. Tutti finirono nei campi di sterminio».




