In Svizzera il fenomeno della violenza domestica è sempre più inquietante. Tanto che gli episodi gravi sono aumentati lo scorso anno dell’8%. Nel Canton San Gallo la lotta al fenomeno si esplicita anche attraverso un particolare approccio preventivo. Qui, infatti, gli agenti di polizia intercettano in anticipo potenziali autori di violenze e li invitano a dei colloqui. A volte anche davanti a un caffè, per discutere e suggerire soluzioni prima che le situazioni possano degenerare e sfociare magari in delitti e femminicidi. In questo cantone, va sottolineato, le forze dell’ordine intervengono 2’000 volte all’anno per casi di violenza fra le mura di casa.
Ma come operano i poliziotti impegnati in questo approccio verso chi ha già destato sospetti o ha avuto comportamenti aggressivi in casa? “Ci si incontra in uno spazio pubblico, in un caffè o un ristorante”, spiega Mathis Kelemen, agente esperto in gestione delle minacce. I poliziotti non si presentano in uniforme, indossano abiti civili e, precisa, sono le persone approcciate a decidere, “se incontrarci così, oppure in centrale di polizia”.
L’unità di gestione delle minacce della polizia sangallese affronta così il problema della prevenzione della violenza domestica. Intercetta, magari su segnalazione delle vittime o di terzi, gli autori o potenziali futuri autori di violenza e cerca il dialogo: parlando loro del problema, cercando di allentare le tensioni e suggerendo un accompagnamento psicologico o specialistico per evitare che una situazione peggiori. Il tutto nell’intento di prevenire “altri episodi di violenza domestica, magari più gravi”, sottolinea il capo dell’unità Manuel Niederhäuser.
Proattività anziché reazione, insomma. Spesso le circostanze più problematiche sono rappresentate da separazioni e divorzi: situazioni in cui aumenta il pericolo di derive violente per diverbi e litigi. “Quando una famiglia è in crisi e va a pezzi è un momento difficile, ci si sente soli”, osserva in proposito Niederhäuser. E quando si avvicinano i soggetti che potrebbero compiere violenze, “notiamo che spesso sono felici che qualcuno parli con loro, anche se è un poliziotto”. Qualcuno “che non punti il dito”, che si rapporti alla persona anche se naturalmente non può capirne gli atti. Per questo, conclude, “la quota di successo è alta”.
Anche questo approccio, unitamente a leggi severe e alla repressione, è utile per fronteggiare il fenomeno, ritiene l’associazione di aiuto alle vittime di San Gallo e di Appenzello interno ed esterno. “Quando si parla di violenza domestica ci sono varie fasi di peggioramento della situazione: il livello più grave è il femminicidio” ed è quindi essenziale “intervenire ai livelli precedenti”, rammenta la direttrice dell’associazione Margot Vogelsanger, per scongiurare la possibilità di un crimine.
Ma quali sono i risultati concreti ottenuti con questo approccio? Secondo la polizia sangallese, ad accettare aiuto è il 90% dei potenziali autori contattati. Talvolta, riferisce Kelemen “siamo intervenuti in situazioni di rischio imminente e il nostro intervento ha permesso di calmare la situazione”. Più in generale “quando interveniamo e prendiamo contatto coi potenziali autori abbiamo notato che non c’è un’escalation, un aggravamento della situazione. Ci sono degli effetti insomma”, conclude l’agente.










