Una donna uccisa dal marito, che poi si è tolto la vita. Un ultimo caso di cronaca, successo a Gnosca una decina di giorni fa, che allunga la lista dei femminicidi in Svizzera.
Cosa si intende, tuttavia, con questo termine? Con femminicidio, spiega alla RSI Roberta Schaller, giurista e criminologa, specializzata in violenza di genere e violenza domestica, si intende “l’uccisione di una donna in quanto donna. Di solito avviene in contesti di violenza domestica, controllo o rifiuto della separazione”. Si differenzia dall’omicidio, sostiene, perché “serve a rendere visibile la matrice di genere del crimine e le sue cause strutturali”.
Nel Codice penale svizzero, il reato per femminicidio è assente, questo perché “il nostro Codice penale è neutro rispetto al genere e punisce l’omicidio senza categorie specifiche”, aggiunge Schaller.
Ma qualora dovesse crearsi un articolo legato a questo reato, cosa implicherebbe? “Significherebbe riconoscere un movente di genere come aggravante o un reato autonomo. Migliorerebbe anche la lettura dei dati, perché oggi il femminicidio non è definito come categoria giuridica e quindi non è sempre rilevato in modo uniforme. Rafforzerebbe inoltre l’orientamento preventivo delle autorità: ci sarebbe una prevenzione più mirata di quella che viene fatta oggi”, continua Schaller, ponendo l’accento su un’accortezza: “Bisogna però fare attenzione a non entrare in una logica in cui il valore di una vita possa dipendere dal genere. Senza un insieme di misure più ampio, una norma di questo tipo potrebbe anche sollevare questioni di equità”.
Alcuni Paesi – come Messico, Argentina, Spagna e più recentemente Italia – hanno introdotto nel loro Codice penale questo tipo di reato, senza portare a un risultato realmente positivo, sostiene l’esperta: “Al momento non c’è stato veramente un arresto o una diminuzione significativa dei casi. Introdurre un reato specifico migliora il riconoscimento del fenomeno e le statistiche, ma da solo non è sufficiente a ridurre i casi”.
I dati indicano che i reati contro le donne sono in aumento. Stando a Stop Feminiz, nel 2026 in Svizzera ci sono stati già cinque casi e un tentativo di femminicidio. Tra questi, il recente femminicidio-suicidio avvenuto, appunto, a Gnosca. Possiamo effettivamente parlare di una crescita di questo tipo di reato o è una questione legata a una maggiore consapevolezza e sensibilità del fenomeno? “I dati risultano relativamente stabili. La percezione dell’aumento è legata soprattutto a una maggiore attenzione mediatica e a una consapevolezza pubblica”.
Ci sono dei segnali di rischio che precedono un femminicidio, che spesso vengono sottovalutati. Tra questi, cita Roberta Schaller, “la separazione o la volontà di lasciare il partner, il controllo coercitivo, la gelosia ossessiva, le minacce di morte o il suicidio. Non bisogna mai sottovalutare questi segnali. La maggior parte dei femminicidi partono da una violenza psicologica distruttiva, che può evolvere in un’escalation, ad esempio con strangolamenti simulati o minacce”.
Non tutti i femminicidi, però, avvengono all’interno di una coppia. “Alcuni partono da un’ossessione che un uomo ha verso una donna, ad esempio nei casi di stalking. Anche in queste situazioni è importante non sottovalutare i segnali. È fondamentale segnalare alla polizia, affinché possa valutare il rischio. Le autorità sono preparate per questo. Non bisogna aver paura di segnalare”, rassicura Schaller.
Tuttavia, oggi la priorità è chiara: “La più urgente è la protezione immediata delle vittime ad alto rischio: allontanamento rapido dell’aggressore, valutazione sistematica del rischio. È fondamentale il coordinamento tra polizia, magistratura e servizi sociali, così come l’accesso facilitato ai rifugi e a ogni forma di sostegno. Servono anche degli strumenti legali che permettano di intervenire prima dell’escalation della violenza, anche quando è ancora di natura psicologica. Il femminicidio non è un fulmine a ciel sereno: è quasi sempre l’ultimo atto di violenza già visibile. Se non impariamo a riconoscerla e fermarla prima, continueremo ad arrivare sempre troppo tardi”, conclude Roberta Schaller.
Un presidio per dire basta alla violenza di genere
Un presidio femminista è stato organizzato martedì dal collettivo Io l’8 ogni giorno, in concomitanza con la seduta del Gran Consiglio, per chiedere alla politica misure concrete contro i femminicidi e la violenza sulle donne. Durante la manifestazione sono stati letti ad alta voce i 129 nomi delle donne uccise in Svizzera dal 2020 a oggi. Nove di quei nomi appartenevano a donne ticinesi.
Le richieste avanzate dal collettivo alla politica sono chiare: un maggiore impegno istituzionale, l’attivazione di un numero di emergenza operativo 24 ore su 24, il potenziamento delle strutture di accoglienza e il riconoscimento del problema anche attraverso un lavoro di sensibilizzazione nelle scuole.
“Se lui l’ha uccisa... è perché voleva uccidere il suo lato femminile, quello che vedeva in mia madre, senza capire che così facendo sarebbe stato inevitabile il suo suicidio. Mia madre è morta perché a scuola si impara ad essere funzionali e non funzionanti. È morta perché nessuno le ha mai insegnato che non si può cambiare qualcuno che non vuole cambiare”. Sono le parole della figlia dell’ultima donna vittima di femminicidio in Ticino, quello avvenuto a Gnosca, a metà febbraio. E martedì, sono centinaia le persone che si sono raccolte attorno a lei e alla sua perdita.

Presidio di L'8 ogni giorno contro femminicidio e violenze
SEIDISERA 24.02.2026, 18:00
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