È un cambio d’abito importante quello che in questi giorni ha compiuto Roberto Torrente. Da pochi giorni 65enne, ha appeso la divisa al chiodo per andare in pensione. Un passo che chiude una carriera di 22 anni a capo della polizia comunale della città di Lugano. Gli succederà, dal 1° settembre, Federico Chiesa. SEIDISERA lo ha intervistato.
Lei è comandante dal 2004, ma è anche avvocato. Il suo può sembrare un percorso particolare...
“Posso capire la perplessità. Il cambio di direzione può sembrare importante, ma per me non lo è stato. Entrambi difendiamo il diritto. L’avvocato lo fa in aula, noi della polizia lo difendiamo sulla strada con la nostra presenza. Oggi siamo confrontati con un ginepraio di leggi, di regolamenti e di procedure da rispettare. Avere qualcuno che dall’interno conosce la materia è sicuramente un grosso vantaggio”.
Da giovane si immaginava più avvocato, più giudice o più poliziotto?
“Da bambino volevo fare il veterinario, poi mi sarebbe piaciuto fare l’ingegnere elettronico e alla fine, non so per quale motivo, sono finito a studiare legge. Più che avvocato, pensavo di fare il giudice. Non mi aspettavo di diventare poliziotto. Un percorso bellissimo, eccezionale”.
In 22 anni da comandante ci sono stati moltissimi cambiamenti nelle polizie comunali. Si è passati, in alcuni comuni, dalla figura dell’usciere impegnato a multare i ragazzini sui motorini truccati alle polizie regionali attive 24 ore su 24. Le chiedo come erano quei tempi e cosa invece le manca oggi?
“Indubbiamente ne abbiamo fatta di strada. Sono state delle lotte condotte proprio per migliorare sia l’attrattività che le competenze delle polizia comunali. Quando sono arrivato si stava passando dalla scuola di tre mesi a sei mesi. Oggi la scuola di polizia dura due anni. Abbiamo creato, unitamente al Cantone, le polizie strutturate per poter garantire le 24 ore su tutto il territorio. Manca forse ancora qualcosa. Dobbiamo completare questo disegno. La riorganizzazione della regionalizzazione può e deve essere sicuramente migliorata. Soprattutto dobbiamo migliorare i nostri strumenti, in tecnologie, nell’analisi dei dati, nella videosorveglianza intelligente. Migliorare la struttura, non deve allontanarci dalla gente”.
È inevitabile una domanda su quanto accaduto nella notte tra il 29 e 30 maggio 2021, con lo sgombero e la demolizione dell’ex macello. Sappiamo che a guidare le operazioni era la polizia cantonale. Una parte della popolazione era d’accordo, ma una parte no, e nelle ruspe c’è chi ha visto un atto aggressivo. Si sente di dire loro qualcosa?
“Effettivamente è difficile parlare di qualcosa che è ancora oggetto di un’inchiesta penale non è ancora chiusa. Forse si può dire che quella notte ha lasciato il segno sia nella polizia che nella gente. Molti non ne fanno una questione di chi comandasse o di quale grado portasse quale agente di polizia. Semplicemente la gente ha vissuto un’altra faccia dell’attività dello Stato e della polizia. È un sentimento sicuramente discutibile, ma è presente nelle persone e noi non possiamo far finta che non esista. Mi preme far passare un messaggio molto chiaro, la divisa è di tutti. Quella sera in piazza c’era la gente a protestare e la divisa era anche per loro. Per chi era d’accordo, chi non era d’accordo. I nostri agenti lavorano tutti i giorni sulla strada perché la gente possa sentirsi sicura, perché la mamma possa tornare a casa tranquilla, perché ci siano anche i ragazzi che possono contestare. La fiducia, che si incrina, deve essere ricucita nel tempo attraverso la presenza e l’opera che la polizia presta ogni giorno sulla strada”.
Ora è in pensione. Cosa farà? Nel suo futuro c’è, per esempio, la politica?
“Adesso devo pensare a me stesso e alle persone che mi vogliono bene perché questo mestiere mi ha occupato moltissimo. Andava avanti 24 ore su 24. La politica? Ci ho pensato, lascio la porta aperta e mi lascio sorprendere”.








