“Non avevamo nessuna intenzione di fare del male a qualcuno”. È con queste parole degli imputati che mercoledì si è chiuso il dibattimento nel processo per la rapina del 2 luglio 2024 nella gioielleria Taleda di Lugano.
Le difese hanno concluso le loro arringhe. Tutte hanno respinto qualsiasi affiliazione dei sette imputati al gruppo criminale Pink Panthers, sostenendo che non vi siano elementi concreti per dimostrarne il legame.
Al centro dei loro interventi anche la questione delle pene richieste dall’accusa, definite sproporzionate rispetto ai fatti. Per il presunto capobanda, lo ricordiamo, sono stati chiesti 15 anni di carcere, anche per tentato assassinio. Per gli altri uomini le richieste oscillano tra gli 8 e i 12 anni, mentre per l’unica donna coinvolta si parla di 3 anni e 10 mesi. Per questo le difese hanno citato diverse rapine, anche con armi e violenza, avvenute e giudicate in Ticino, con condanne attorno ai 4 anni di detenzione in passato. Da qui la richiesta di una sensibile riduzione delle pene.
Un altro punto chiave riguardo al giudizio sul gruppo: secondo gli avvocati, gli imputati dovrebbero essere giudicati singolarmente in base alle responsabilità individuali e non come parte di una banda, evitando così una colpa condivisa anche per gli aspetti più gravi.
L’ultima parola è stata dunque data agli imputati che hanno sottolineato, ancora una volta, che non avevano nessuna intenzione di fare del male a qualcuno. Uno degli imputati ha colto inoltre l’occasione per sottolineare le dure condizioni di carcerazione e dei mesi di isolamento che ritiene di aver subito in maniera eccessiva rispetto a quanto commesso.
La sentenza è attesa per venerdì mattina.

Chiesti fino a 15 anni per i Pink Panther
Il Quotidiano 09.06.2026, 19:00





