Ticino e Grigioni

Cresce la curiosità per i vitigni “resistenti”

I vini ottenuti con queste specie che da tempo si sperimentano in Ticino portano a risparmi di acqua, trattamenti fitosanitari e ore di lavoro - All’utente il giudizio sul profilo aromatico nel bicchiere

  • 59 minuti fa
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I vitigni resistenti

Il Quotidiano 02.02.2026, 19:00

Di: QUOTIDIANO- Simone Previatello/sdr 

Nei vigneti ticinesi cresce l’interesse verso i nuovi vitigni resistenti alle malattie presentati da Agroscope. Varietà frutto di ricerca e incroci che, in prove e sperimentazioni, hanno mostrato una maggiore efficacia contro peronospora e oidio – due avversari storici della vite – aprendo la porta a una viticoltura potenzialmente più leggera dal punto di vista ambientale.
Il Quotidiano ha raccolto le impressioni di due rappresentanti di Federviti, tra prudenza, sperimentazione e la consapevolezza condivisa che ridurre i trattamenti è importante, ma il vino deve anche piacere.

A Corteglia, i “resistenti” non sono una novità assoluta

Il viaggio parte da Corteglia, frazione di Castel San Pietro, dove vitigni con resistenze naturali sono presenti da tempo, in una forma individuata già nel secolo scorso. Qui Davide Cadenazzi – presidente di Federviti – coltiva queste varietà da quindici anni e le ha già portate fino alla produzione di spumante con metodo classico.
Il vantaggio principale, per chi lavora in vigna, è immediato e misurabile, basti pensare che vi sono meno interventi. Cadenazzi sottolinea la possibilità di ridurre in modo importante l’impiego di prodotti fitosanitari, con un effetto a cascata su consumi e tempi perché diminuisce l’utilizzo di acqua, calano i passaggi dei mezzi tra i filari e si alleggeriscono anche le ore di lavoro necessarie lungo la stagione.

Il punto delicato, però, non sta nella parte agronomica, ma sta nel bicchiere. Per varietà storiche come Merlot, Chardonnay o Cabernet il consumatore (e spesso anche il produttore) ha in mente un profilo preciso con aromi, struttura, aspettative. Con i vitigni “nuovi”, invece, la strada è più incerta. Possono ereditare qualcosa del “capitale aromatico” delle famiglie da cui derivano, ma possono portarsi dietro anche una componente più imprevedibile, meno addomesticata, che deve trovare il suo equilibrio e soprattutto il suo pubblico.

A Malvaglia bianchi e bollicine spingono il cambiamento

L’interesse per questa viticoltura che si rinnova emerge anche più a nord, a Malvaglia, dove Stefano Bollani ha già convertito almeno un ettaro dei suoi tre a varietà più resistenti. La sua scelta è concreta e “da campo” visto che sta coltivando quasi una decina di qualità, alcune interessanti - dice - altre meno, e insiste sulla necessità di fare prove, perché ogni territorio e ogni annata danno risposte diverse.
La sua attenzione si concentra soprattutto sui vitigni a bacca bianca, per tre ragioni: i risultati già ottenuti con i vini prodotti, la domanda di mercato che oggi premia bianchi e bollicine, e l’adattamento al clima prealpino della Val di Blenio, dove i bianchi – sostiene – “vengono bene”.

Bollani chiarisce però che la transizione non è un referendum contro il Merlot. Anzi, il vitigno simbolo del Ticino resta la “bandiera”, il cavallo di battaglia. La logica dei resistenti, semmai, è offrire un’alternativa in situazioni specifiche: vigneti discosti, appezzamenti vicini al bosco o aree difficili da gestire con trattamenti frequenti, dove il rischio è l’abbandono. In questi casi la conversione a varietà più robuste potrebbe diventare una soluzione per mantenere vivo il paesaggio viticolo e la produzione, senza aumentare la pressione chimica. Ma tra laboratorio e mercato c’è un passaggio decisivo, ossia la reazione di chi compra e beve. Molto dipenderà dalla capacità di raccontare queste varietà – e di farle assaggiare – fino a costruire, nel tempo, un nome e un’identità.

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