“Avevo tagliato il traguardo venti minuti prima, ero andato a recuperare i miei effetti personali e mi incamminavo verso l’albergo, quando ho sentito la prima esplosione, la più forte, e poi la seconda pochi secondi dopo”. È il racconto di Bruno Gambarana, uno dei tre residenti in Ticino che hanno preso parte ieri alla maratona di Boston, funestata al traguardo dall’esplosione di due ordigni, che hanno causato tre morti e oltre 170 feriti.
Il podista di Comano non ha visto molto e “all’inizio anche la polizia non aveva idea di quanto era successo, ma quasi subito ho sentito le sirene delle ambulanze. La gente che passava mi ha detto che c’erano stati due scoppi al traguardo. Ma tutti scappavano e io ho proseguito verso l’hotel. Ero un po’ in pensiero perché ero con un amico e lui non era ancora arrivato. Alla fine però fortunatamente è comparso anche lui: lo avevano fermato a circa un chilometro dall’arrivo. Gli hanno dato delle coperte per scaldarsi e lo hanno deviato con altri sulle strade laterali. L’organizzazione è stata esemplare, hanno dato molta assistenza, tenendo conto del panico in giro”.
"Hanno sigillato tutto"
Sul luogo dell’esplosione, Gambarana non è più tornato: “hanno sigillato tutto, tuttora non è possibile raggiungere la zona dell’attentato e le vie limitrofe”. Anche rassicurare la famiglia a non è stato possibile immediatamente, perché i segnali dei cellulari erano stati bloccati. Dopo alcuni minuti, però, sono ripresi e ho potuto chiamare casa.
La Boston di oggi non assomiglia a quella di prima della gara. “Prima era una festa, c’era un sacco di gente. Quella di Boston è la maratona più antica del mondo e una delle cinque più importanti del mondo, tutti vogliono correre qui. Ora è il silenzio più assoluto, ieri sera tutto era chiuso”, racconta Gambarana, raggiunto di prima mattina (ora locale) nella città del Massachusetts.
“Una maratona si prepara in tre o quattro mesi, ma tutto è rovinato. Il tempo realizzato non conta niente, conta che un bambino di 8 anni è morto. E ora ci si penserà bene prima di partecipare di nuovo a una gara con tanti partecipanti”.
Un ticinese a Boston, "un giorno diverso dagli altri"
Che oggi sia “una giornata differente” lo conferma anche Simone Airoldi, ingegnere di ticinese che da quattro anni vive a Boston per lavoro. Lui non ha partecipato alla maratona, ma respira l’aria pesante del dopo attentato. La polizia è presente in forze nelle strade, per infondere sicurezza, ma “si vede che le persone sono spaventate e molto provate da quello che è successo. Io e la mia famiglia abbiamo un po’ di paura di uscire. Mia moglie e mia figlia dovevano andare all’acquario ma abbiamo deciso di lasciar perdere e se andando al lavoro dovessi trovare una borsa abbandonata, mi girerei, tornerei a casa e chiamerei la polizia”.
Gallery audio - "Ho udito gli scoppi, la gente scappava"
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CSI 18.00 GIANNINI - TICINESI A BOSTON 16.04.2013.MUS
RSI Info 16.04.2013, 19:41
L'intervista di Daniela Giannini
RSI Info 16.04.2013, 19:41





