La caccia ticinese rischia di trasformarsi sempre più in uno strumento di semplice regolazione della fauna? È attorno a questa domanda che si è sviluppata sabato a Mendrisio l’assemblea della Federazione cacciatori ticinesi, che ha voluto riportare al centro dell’attenzione il tema della “caccia di tradizione”.
I numeri presentati durante l’incontro mostrano infatti un calo della selvaggina catturata nel 2025. I capi abbattuti, tra cervi, camosci, caprioli e cinghiali, sono stato poco meno di 6’000, in diminuzione rispetto ai due anni precedenti, soprattutto per il forte calo delle catture di cervi e cinghiali.
Proprio queste ultime solo le specie delle quali il Cantone punta a ridurre la presenza sul territorio, affidando ai cacciatori un ruolo sempre più legato al contenimento. Proprio qui, secondo il presidente della Federazione Davide Corti, emerge il rischio più grande. “Attualmente la sfida principale è quella di evitare una deriva del modo di cacciare”, ha spiegato ai microfoni di SEIDISERA, sottolineando che l’aumento degli abbattimenti richiesti per alcune specie non dovrebbe “andare a scapito della caccia di tradizione”.
“La notte è degli animali”
Per Corti, il rischio è che al cacciatore resti soltanto il compito di ridurre le specie considerate in esubero, mettendo così in discussione, a lungo termine, la stessa legittimità della caccia.
Tra gli esempi citati vi è l’aumento della pressione venatoria notturna sul cinghiale, legata alla peste suina, ma anche le operazioni di contenimento del cervo. “Uno dei motti della caccia tradizionale di montagna è che la notte è degli animali”, ha ricordato Corti.
Secondo il presidente della Federazione, la caccia tradizionale permette inoltre di conservare valori come “la pazienza, la perseveranza e l’impegno”, che dovrebbero restare centrali anche in futuro.
Il ruolo dei cacciatori sta cambiando
Sul tema è intervenuto anche il direttore del Dipartimento del territorio Claudio Zali, secondo cui la caccia tradizionale deve oggi confrontarsi con un contesto profondamente cambiato.
“Il territorio si trasforma, il territorio di caccia viene eroso, vi sono le specie invasive, il riscaldamento climatico”, ha osservato, sottolineando come i cacciatori siano sempre più chiamati a “mettersi un po’ a disposizione” anche nella cura del territorio e dell’ecosistema.
Zali ha infine richiamato il tema del lupo, ricordando che alcuni cacciatori sono già stati formati per partecipare all’esecuzione degli abbattimenti autorizzati. “Saranno un po’ il braccio armato dello Stato”, ha affermato.
Ma Corti non concorda: “Il cacciatore, inteso con queste regolamentazioni, non è la soluzione per il lupo”, ha concluso.








