Può la musica affiancare un percorso di cura in modo non solo emotivo, ma anche misurabile? Per rispondere a questa domanda è nato uno studio clinico che durerà 24 mesi e che unisce tre realtà del nostro territorio: l’Ente Ospedaliero Cantonale, l’Istituto Oncologico della Svizzera Italiana e l’Orchestra della Svizzera italiana. L’obiettivo è capire se l’ascolto di musica classica possa aiutare a ridurre stress e dolore nei pazienti sottoposti a chirurgia mini invasiva per sospetto o diagnosi di tumore del polmone.
L’idea parte dal professor Stefano Cafarotti, Primario di chirurgia toracica dell’EOC: “L’obiettivo dello studio è ambizioso. Non è solo quello di dimostrare - come altri al mondo hanno fatto - che tutte le forme d’arte possano avere un impatto positivo sulla cura di un paziente. La grande novità è trovare un parametro per rendere oggettiva questa esperienza migliorativa legata alla musica e questo parametro si chiama cortisolo. Il cortisolo è un ormone cosiddetto dello stress, quindi poterlo misurare in termini di sua riduzione dopo la somministrazione di una musica è il primo passo di questo studio scientifico”, spiega a Prima Ora.
Pazienti e testimoni
Per farlo, però, servono metodo e protocollo. I pazienti vengono divisi in due gruppi: uno segue il percorso classico previsto, l’altro affianca alle cure anche l’ascolto di musica classica prima dell’intervento e nei giorni successivi. In entrambi i gruppi viene poi misurato il cortisolo nel sangue e sono raccolte le risposte con questionari compilati dai pazienti.
Questo studio ha una particolarità importante: alla definizione del protocollo hanno partecipato anche pazienti con una consolidata esperienza della malattia.. “Per me è una grande occasione di mettere a disposizione l’esperienza come paziente oncologica, il mio vissuto”, spiega Sonia Viviani, “che possa essere di aiuto a qualcun altro che viene catapultato” nella realtà dell’oncologia. Ursula Ganz-Blättler, racconta: “Non siamo solo malati: rimaniamo delle persone con tutto quello che portiamo: esperienze di vita, professionali. Come un vaso di conoscenze che possiamo portare in aiuto alla ricerca”.
Un nuovo approccio alla cura
“Noi abbiamo accolto subito questa proposta, perché crediamo tantissimo nel potere della musica”, spiega la direttrice artistica dell’OSI, Barbara Widmer: “abbiamo fornito delle nostre musiche, una selezione di sei brani molto diversi anche tra di loro (da Brahms a Mozart, passando da Mendelssohn a Rossini fino a Ravel e Arnaboldi), proprio per dare anche al paziente questa diversificazione della musica”.
Questo studio è il frutto di un cambiamento radicale nel rapporto tra medico e paziente, spiega il dottor Stefano Cafarotti: “Il mondo della medicina sta cambiando molto velocemente nella direzione di personalizzare i trattamenti grazie alla comprensione intima della nostra biologia e fisiologia. Come medico ho ben compreso che noi possiamo curare “la macchina” biologica, ma la persona, anche guarita biologicamente, rimane con una cicatrice. Quindi c’è un gap che la medicina non potrà mai raggiungere: guarire nel corpo e nello spirito. E in questo senso le Medical Humanities, che in Ticino sono nate con la Fondazione Sasso Corbaro ormai quasi trent’anni fa, si occupano di ripensare la cura non solo guardando alla macchina biologica, ma umanizzando la cura anche per il suo “guidatore”.”
Uno studio portato avanti con ottimismo: “Anche qualora l’esito di questo studio dovesse dimostrare che la musica non ha un effetto positivo sulla riduzione dello stress, il paziente si sente preso a carico in una maniera differente. Ed è questa la grande novità. E questo è di per sé un successo al di là dei risultati dello studio”, conclude Cafarotti.





