La crisi dell’Associazione Calcio Bellinzona riaccende i riflettori su un problema ciclico in Ticino: i fallimenti nello sport d’élite.
I precedenti dal 2000
Nel 2000 cade la prima vittima. Nel basket, l’AB Vacallo, vicecampione della Coppa svizzera in carica, viene escluso dal campionato per un buco finanziario e dichiarato fallito.
In quel periodo emergono anche i problemi del Football Club Lugano, che resiste ancora un paio di anni prima del fallimento nel 2003, a causa di una gestione fuori controllo e di debiti enormi. È uno dei momenti più neri dello sport ticinese, sfociato nella drammatica morte dell’allora presidente Helios Jermini.
Si arriva poi al 2013: in pochi mesi cadono due club. A febbraio è di nuovo il turno del Vacallo basket. La Società Atletica Vacallo (SAV) era risorta, conquistando altre due Coppe svizzere e il titolo nel 2009. Ad aprile fallisce anche l’AC Bellinzona.
Negli anni successivi il calcio continua a soffrire: nel 2018 fallisce l’FC Locarno e nel 2023 l’FC Chiasso. La causa è sempre la stessa: costi elevati, pubblico limitato e forte dipendenza da singoli investitori. Quando questi vengono meno, il sistema crolla.
La situazione attuale
Oggi l’AC Bellinzona è di nuovo in difficoltà. La storia recente lo dimostra: senza basi solide, anche le piazze più gloriose rischiano di sparire. La domanda resta aperta: il Ticino può davvero permettersi più club ai massimi livelli?
L’analisi dell’esperto
Raffaele Poli, direttore dell’Osservatorio internazionale del calcio di Neuchâtel, ai microfoni di SEIDISERA della RSI spiega che “magari non tutti hanno i mezzi finanziari sufficienti, perché una squadra costa cara. Tradizionalmente c’è stata una difficoltà a” rendere la gestione “sostenibile dal punto di vista finanziario. Ciò può spiegare anche una certa reticenza da mecenati, come potevano esistere nel passato”.
I costi però sono aumentati “e quindi queste persone che investono dei soldi per amore della squadra si sono ridotte, sia in Svizzera ma anche all’estero”.
Troppo sport professionistico?
Forse il problema è nel fatto che c’è troppo sport professionistico rispetto al bacino svizzero, e in modo più accentuato, per il Ticino. “La Svizzera è ricca, ma è piccola ed è costosa”, riprende Poli. “Probabilmente è vero che il calcio, o lo sport in sé, anche se professionistico, non riesce a generare delle risorse sufficienti affinché il club si sviluppi in modo sano e a lungo termine”.
Gli errori degli investitori stranieri
Qual è l’errore più grande che può fare un investitore straniero? Quello di portare una mentalità e una cultura diversa rispetto all’identità del Paese? “Bisogna adattarsi alle realtà locali e bisogna studiarle per poter trarne frutto e riuscire a sviluppare qualcosa. E poi, un errore noto, è un po’ forse di supponenza nei confronti del calcio svizzero”.
Segnali di cambiamento
Qualcosa però si muove nel mondo dello sport d’élite. “C’è stato un rallentamento delle multiproprietà e degli investimenti americani negli ultimi anni”, spiega Poli. “Penso che la ricetta per il calcio perfetto sia quella di tornare con attenzione alla formazione dei giocatori e di avere un po’ più di coraggio e far giocare questi giovani”.
Il modello del Thun
Un esempio interessante è quello del Thun. “C’è una cordata locale che ha ripreso le redini del club” e ha “dato molta fiducia ai giocatori svizzeri, anche magari un po’ scartati dalle altre squadre”, conclude Raffaele Poli.








