In dodici anni, tra il 2001 e il 2012, l’esercito ha speso 14,8 miliardi di franchi (il 74% delle spese totali) per rifornirsi di materiale di ogni genere in Svizzera – dalle munizioni ai calzini, dai berretti ai pezzi di ricambio e così via – ma a Ticino e Romandia sono state destinate solo le briciole, ossia appena il 3% del totale, quasi esclusivamente derivante dall'acquisto di accessori e materiale dallo scarso valore aggiunto, come è appunto il caso di berretti e calzini.
Secondo uno studio di Peter Mueller, responsabile politico di Armasuisse, la Svizzera tedesca si è intascata il 97% dell’importo, mentre i cantoni latini si sono suddivisi quel poco che rimane. E se ci si limita a considerare gli importi legati alla tecnologia per l’armamento, il totale delle ordinazioni per le aziende ticinesi e romande non va oltre l’1%.
Secondo quanto rileva il deputato democentrista vallesano Jean-René Fournier, con questa situazione, oltre a sicuri profitti, la Svizzera italiana e la Romandia perdono posti di lavoro come pure la possibilità di concretizzare poli di ricerca e di sviluppo.
I risultati pubblicati dalla rivista ASMZ segnalano come Berna, sede della Ruag, domini la scena con il 39,4% delle ordinazioni militari, mentre a Lucerna (grazie a Pilatus) va il 24,2% e nel Canton Zurigo, dove vengono prodotti i veicoli fuoristrada Duro, finisce il 18,2% dei miliardi spesi dalle forze armate elvetiche.
ATS/EnCa






