Negli spogliatoi del pugilato si mescolano mille odori, il balsamo, il sudore dei pugili, la puzza della tensione, fatta di paura e del coraggio di vincerla. Dentro quei locali spesso freddi e spogli c'è la metafora della vita, nella quale il confine tra vittoria e sconfitta è labile come un colpo sferrato alla cieca, che può cambiare il corso di un incontro. Michele Barra si aggirava per quegli spogliatoi, masticando un moncone di sigaro, preoccupato che tutto andasse bene per i suoi ragazzi. Michele amava il sapore della vita e andava a cercarlo dove se ne trovava l'essenza: sui cantieri, che aveva frequentato da apprendista muratore, a bordo ring, dove a volte arrivano gli schizzi di sangue, nei lunghi viaggi solitari in capo al mondo, solo con se stesso alla scoperta di culture lontane. Era un impresario costruttore che andava orgoglioso dei 70 apprendisti formati in trent'anni di carriera, che pagava il giusto, che guadagnava, sapendo quanto contano i soldi, che non mancava mai di spendere parole per i suoi collaboratori.
Ha vissuto con lo stesso coraggio e la stessa paura dei suoi pugili l'avventura di consigliere di stato. Catapultato a Palazzo delle Orsoline da una serie di coincidenze anche drammatiche, ha preso il posto in governo nei mesi che hanno seguito la morte di Nano Bignasca, per lui l'incontro decisivo per buttarsi in politica, quella grande, dopo gli anni in municipio ad Ascona. Ha detto in un'intervista di essere un po' preoccupato, ma ha sempre avuto fiducia nella concretezza, nella semplicità di approccio, che gli hanno permesso di superare la barriera dello scetticismo che l'ha circondato quando è entrato in carica. Non aveva paura, Michele, di dire quel che pensava, anche se era “politically uncorrect”, non temeva l'oratoria di colleghi più esperti o l'abilità tattica dei politici di lungo corso. Si è dovuto un po' ricredere, magari anche arrendere all'evidenza di certi ostacoli. Ha raccolto consensi anche da chi lo considerava un intruso in quel mondo. Sbagliava, a volte, ma nessuno l'ha mai sospettato di calcoli, di secondi fini, di astuzie machiavelliche. La sua semplicità ha conquistato la gente, era uno di loro. Non è un caso se le sue apparizioni televisive sono state addirittura trionfi di ascolti, con Michele ci si poteva identificare. Ha chiesto scusa per l'alcol al volante, ha spiegato perché sui “padroncini” ha fatto di testa propria, è rimasto invischiato nella vicenda del Lumino's, mentre stava piano piano spegnendosi. Qualche cosa si sapeva, ma non abbastanza per capire fino in fondo il dramma di Michele. L'ultimo colpo è arrivato a tradimento, la luce si è spenta, che la terra ti sia lieve, Michele.
Maurizio Canetta











