Ticino e Grigioni

"Non incoscienza ma fatalità"

Incidenti spesso durante la discesa, dice Stefano Doninelli, soccorritore del SAS

  • 04.07.2012, 17:17
  • 4 maggio, 12:15
Un'immagine del Lagginhorn, dove ieri sono morti cinque tedeschi

Un'immagine del Lagginhorn, dove ieri sono morti cinque tedeschi

  • KEYSTONE

Sul Lagginhorn, in Vallese, un tedesco ha visto precipitare ieri i due figli e gli altri tre compagni di scalata. Lui stesso è sopravvissuto solo perché a un centinaio di metri dalla cima aveva rinunciato, non sentendosi molto bene. Fra le possibili cause, c’è la possibilità che un membro del gruppo sia scivolato, trascinando con sé gli altri. Un'ipotesi verosimile anche per Stefano Doninelli , capo della colonna di soccorso del SAS, fondazione autonoma creata dalla REGA e dal Club alpino svizzero.

"Stanchi e rilassati"

“Statisticamente”, afferma, “questo tipo di incidenti si verifica più spesso durante la discesa, come in questo caso, perché subentra un certo rilassamento dopo aver raggiunto la vetta e perché gli alpinisti sono più stanchi. In particolare se non c’è nel gruppo una guida alpina di mestiere, in grado di reagire prontamente e nel modo adeguato se qualcuno scivola".

"Probabilmente, e sottolineo probabilmente, le vittime erano ‘normali escursionisti’. Il fatto di essere in cordata presenta dei vantaggi e degli svantaggi. Ha senso per esempio in un passaggio difficile, per dare sicurezza ai componenti, ma per l’appunto in presenza di un professionista. Altre volte è meglio non essere legati insieme, così il rischio lo corre una sola persona”.

Nel frattempo, la polizia vallesana ha comunicato che il gruppo non era in cordata, almeno stando ai primi accertamenti. Questo benché vari esperti continuino a supporre il contrario. Le cause della tragedia restano in ogni caso ufficialmente sconosciute. L'ipotesi alternativa è quella del distacco di una massa nevosa.

Signor Doninelli, il Lagginhorn è considerato un 4'000 “facile”. Una scalata alla portata di chiunque? Fra le vittime c’era anche una 14enne…

“Bisogna comunque considerare che si tratta di una salita con i ramponi su neve e ghiaccio. Non ne farei però una questione di età, ci sono ragazzini con grande esperienza di arrampicata. E a priori non me la sento di parlare di incoscienza, quanto piuttosto di fatalità. Il pericolo è insito nell’andare in montagna. C’è un esempio che ho già fatto una volta in un’intervista e che ripeto: anche un giornalista talvolta sbaglia nel leggere una notizia che ha scritto lui stesso e che ha riletto più volte. Così anche un alpinista può sbagliare, ma le conseguenze possono essere fatali”.

In Ticino non abbiamo montagne di 4'000 metri. Le problematiche sono simili o si riscontrano cause diverse negli incidenti?

Da noi il problema è soprattutto invernale, quando appassionati di escursioni con le pelli di foca partono senza aver verificato tutti i parametri, come il pericolo di valanghe. È piuttosto su montagne generalmente di facile accesso come quelle ticinesi che si assiste a una certa, chiamiamola così, imperizia. Se guardiamo per esempio al Monte Bar, a mezzora da Lugano e senza difficoltà, pare assurdo che qualcuno ci muoia, eppure è successo.

Quando capita un incidente, come funziona il vostro lavoro?

Siamo semiprofessionisti, pagati solo durante l’intervento. Il capo colonna è contattato dalla centrale della REGA, allarmata dagli enti di soccorso. In base al terreno si decide se muoversi a piedi o in elicottero.

Quanto spesso accade?

Il territorio cantonale è suddiviso. Sono responsabile del Sottoceneri, dove contiamo in media un paio di interventi al mese, una ventina all’anno, qualche volta di "semplice consulenza” per la polizia.

Come vi preparate? Anche psicologicamente, visto che vi capita di rinvenire cadaveri…

L’allenamento tecnico è approfondito, con programmi obbligatori annuali. Quanto all’aspetto psicologico, non è stato molto curato. Purtroppo la preparazione la si fa con l’esperienza. Spesso e volentieri ci mettiamo anche la faccia con le famiglie, confrontate con una tragedia e talvolta pure con costi molto importanti, se la vittima non era un assicurato della REGA.

Stefano Pongan

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