Si profila il processo in secondo grado per la vicenda del caporalato sul cantiere del LAC. Sia l’accusa, sia la difesa del direttore della ditta Concrete (alla quale erano stati subappaltati i lavori di armatura) hanno deciso infatti di inoltrare la dichiarazione d’appello. Cosa che garantirà loro la possibilità d'impugnare, una volta giunte le motivazioni scritte, la sentenza emessa il 31 ottobre scorso.
Pene ridimensionate
La Corte delle Assise Correzionali, presieduta dal giudice Rosa Item, ha ridimensionato – ricordiamo - le richieste avanzate dal procuratore generale John Noseda, assolvendo uno dei tre imputati (l'amministratore della Concrete) e condannando a pene più miti di quanto richiesto gli altri due (il direttore dell’impresa e il caporale).
Otto mesi di carcere sospesi la condanna inflitta loro; non per estorsione, ma per il reato - meno grave - di usura.
Usura riferita oltretutto solo alle trattenute sui salari, avvenute ai danni dei 13 operai varesini tra il marzo e il maggio del 2011. Caduta invece l’altra ipotesi, quella del mancato pagamento delle ore straordinarie.
Come l’amministratore, i due imputati italiani sono infine stati prosciolti dall’accusa di falsità in documenti.
Il legale del direttore (l’avvocato Davide Corti) ha già preannunciato, come detto, l’intenzione d’impugnare il verdetto. Il difensore del caporale, l’avvocato Vanna Cereghetti, sta ancora valutando la situazione.
Francesco Lepori







