A quarant’anni dall’incidente nucleare di Chernobyl, un evento che ha segnato profondamente la memoria collettiva anche in Ticino, le autorità cantonali e federali hanno fatto il punto sulla situazione della radioattività sul territorio. Resta vivo il ricordo di quei giorni del 1986, quando l’allora responsabile della sezione aria, acqua e suolo Mario Camani invitava la popolazione a “spazzolare l’insalata”, simbolo di un’emergenza che colpì da vicino anche il Cantone.
Oggi, rispetto ad allora, il sistema di sorveglianza è radicalmente cambiato. Cristina Poretti, della Centrale nazionale svizzera, ha ricordato che nel 1986 in Svizzera esistevano appena dodici centrali di misurazione e nessuna era attiva in Ticino. Oggi sono 159 in tutto il Paese e consentono un monitoraggio capillare e uno scambio rapido di dati a livello internazionale. Come ha spiegato ancora, la cooperazione internazionale permette di ricevere informazioni “molto più tempestive”, di confrontare i valori di radioattività e di seguire con modelli sempre più sofisticati il movimento delle nubi radioattive.
In Ticino, la radioattività residua legata a Chernobyl corrisponde oggi a circa il 40% di quella registrata nel 1986, soprattutto per effetto del decadimento del cesio 137. Nicola Solca, capo della sezione della protezione dell’aria, dell’acqua e del suolo, ha però sottolineato che questa presenza nel terreno non significa automaticamente un rischio diffuso per la catena alimentare. Se in passato, per esempio, i pesci del Ceresio furono soggetti a un divieto di pesca fino al 1988 per gli elevati livelli di contaminazione, oggi “non misuriamo quasi più tracce” perché il cesio è sprofondato nei sedimenti lacustri ed è stato progressivamente ricoperto da nuovi strati puliti.

Chernobyl 40 anni dopo
Il Quotidiano 23.04.2026, 19:00
Più lenta è invece la situazione nei suoli, dove il cesio 137 migra verso il basso con maggiore gradualità. Per questo alcune tracce possono ancora essere rilevate nella selvaggina e nei funghi. Proprio questi ultimi rappresentano uno degli indicatori ambientali più importanti. Il direttore del Laboratorio cantonale ticinese, Nicola Forrer, ha spiegato che i funghi “raccolgono il cesio dall’ambiente” e permettono quindi di misurarne la presenza. Negli anni, ha osservato, si è registrata “una netta diminuzione della concentrazione”: se subito dopo l’incidente alcune specie superavano persino gli attuali limiti di legge, attorno agli anni 2000 i valori sono rientrati, e oggi si riscontrano quasi solo livelli di fondo.
Un’eccezione resta la selvaggina, in particolare i cinghiali, che nutrendosi di particolari funghi possono ancora presentare livelli fuori norma. Ogni anno, tra il 2 e il 5% dei capi abbattuti in Ticino viene sequestrato perché considerato non sicuro dal punto di vista alimentare. Per il resto, tuttavia, i valori registrati da anni si mantengono ampiamente al di sotto dei limiti fissati dalla legislazione federale.









