L’11 marzo è una data che ricorda una delle giornate più drammatiche del Giappone dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. A 15 anni esatti dal disastro di Fukushima (innescato da un violentissimo terremoto e maremoto), il Giappone rilancia però l’energia nucleare, in un anniversario a metà tra doloroso ricordo e pragmatismo strategico.
La scossa di terremoto dell’11 marzo 2011 scatenò uno tsunami gigantesco che si abbatté sulle coste della regione di Tōhoku. Onde alte oltre dieci metri penetrarono nell’entroterra trascinando via case, automobili, navi e intere comunità. Il bilancio umano fu devastante: oltre 19 mila morti e centinaia di migliaia di evacuati. Lo tsunami colpì anche la centrale nucleare di Fukushima Daiichi, distruggendo i sistemi di alimentazione elettrica e di raffreddamento dei reattori. Senza energia, i sistemi che mantenevano sotto controllo la temperatura del combustibile nucleare smisero di funzionare. Tre dei reattori dell’impianto subirono una fusione del nucleo e diverse esplosioni di idrogeno danneggiarono gravemente gli edifici di contenimento. Le autorità giapponesi ordinarono l’evacuazione di decine di migliaia di residenti nel raggio di chilometri dalla centrale. L’incidente fu classificato al livello massimo della scala internazionale degli incidenti nucleari, lo stesso di Chernobyl, anche se le conseguenze radiologiche sono state significativamente inferiori rispetto al disastro del 1986.
Negli anni successivi, il Giappone ha avviato un complesso processo di gestione dell’emergenza e di bonifica del territorio contaminato. Oggi, alcune aree sono ancora inaccessibili a causa dei livelli di radiazione, ma le politiche sull’energia nucleare hanno preso una direzione che fino a qualche tempo fa sembrava impensabile. Dopo il disastro, infatti, il Giappone aveva progressivamente abbandonato l’energia nucleare. Prima della catastrofe, l’atomo rappresentava circa il 30% della produzione elettrica nazionale. Dopo Fukushima, quasi tutti i reattori sono stati spenti e il governo ha avviato una revisione completa delle norme di sicurezza. Per un certo periodo era sembrato possibile che Tokyo decidesse di uscire definitivamente dal nucleare.
La chiusura degli impianti ha avuto però conseguenze profonde sul sistema energetico. Privo di grandi risorse naturali, il Giappone è stato costretto ad aumentare in modo massiccio l’acquisto di gas naturale liquefatto dalla Russia, petrolio e carbone per compensare l’assenza del nucleare. Questo ha portato a un forte aumento dei costi energetici e a un incremento delle emissioni di gas serra. Già da tempo, Tokyo ha deciso di fare marcia indietro, in particolare dall’esecutivo guidato dal moderato Fumio Kishida. Ancor di più dopo la guerra in Ucraina e, da ultimo, il conflitto in Medio Oriente. Turbolenze che rendono ancora più evidente la vulnerabilità del Giappone a causa della sua dipendenza dalle importazioni di energia.
Il governo guidato da Sanae Takaichi sta ulteriormente accelerando il processo di “rinuclearizzazione”. La premier conservatrice appoggia apertamente il ritorno dell’atomo al centro del mix energetico nazionale e promuove con decisione sia la riattivazione dei reattori esistenti sia lo sviluppo di tecnologie nucleari più avanzate. Lo scorso 9 febbraio, il giorno dopo il trionfo di Takaichi alle elezioni per la Camera bassa della Dieta, è stato avviato un reattore di Kashiwazaki-Kariwa. Si tratta della centrale nucleare più grande del mondo, gestita dallo stesso operatore che era finito sotto accusa sull’impianto di Fukushima. L’opinione pubblica, soprattutto quella che ha conosciuto da vicino le conseguenze del disastro del 2011, resta scettica nonostante le garanzie di una maggiore sicurezza da parte del governo. Ma sondaggi recenti hanno mostrato un crescente supporto al nucleare, anche tra i più giovani.
Quindi anni dopo la tragedia, tante ferite restano aperte ma la porta del Giappone all’atomo non è più chiusa.









