Le imprese ticinesi hanno risentito meno, rispetto alle altre in Svizzera, dell'abbandono della soglia di cambio minima fra franco ed euro deciso dalla BNS lo scorso gennaio. È quanto almeno indica un'inchiesta realizzata dall'Istituto di ricerche economiche (IRE) dell'Università della Svizzera italiana.
"Quello che abbiamo visto è che aziende con catene produttive più integrate a livello internazionale riescono a rispondere in maniera più veloce ai cambiamenti", osserva il ricercatore Davide Arioldi.
Sembra inoltre che la manodopera frontaliera abbia fatto, come già osservato in passato, da "cuscinetto" congiunturale. "Sembra proprio che con questo cambiamento della soglia minima di cambio, si sia ancora verificato questo effetto: il numero dei frontalieri è diminuito anzitutto nella crescita, per poi calare in numero assoluto in questa fine dell'anno", afferma Moreno Baruffini dell'osservatorio sul mercato del lavoro dell'IRE.
I rischi di delocalizzazione sono quindi giudicati poco accentuati. Da parte sua Stefano Modenini sottolinea però un rischio di ordine più complessivo. "Il maggiore pericolo che vediamo è che le aziende investano meno in futuro sul territorio, perché peggiorano le condizioni per fare impresa in Ticino", osserva il direttore dell'Associazione industrie ticinesi.
CSI/ARi
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CSI 18.00 del 26.11.15 - Il servizio di Antonella Crüzer




