La redazione della trasmissione radiofonica SEIDISERA è riuscita a raggiungere uno dei giovani architetti neolaureati che veniva sottopagato, coinvolto suo malgrado nella vicenda emersa recentemente e della quale si è occupata la Commissione paritetica del settore. Quest’ultima, lo ricordiamo, ha multato per 160’000 franchi due società di Mendrisio, riconducibili allo stesso titolare. Si tratta di una sanzione che i legali del titolare intendono contestare davanti al Collegio arbitrale, come riporta “laRegione”. Dall’altro lato si sta invece valutando una segnalazione alla magistratura..
Il giovane ha accettato di parlare ai microfoni della RSI, ma mantenendo l’anonimato.
“Io ho iniziato a lavorare assunto come stagista e con una percentuale ridotta. Però ovviamente quella percentuale non è stata rispettata, perché poi durante il corso dei mesi di lavoro il tempo richiesto e trascorso in studio era molto di più”, ha raccontato.
Oggi questo giovane ha un nuovo posto di lavoro e ne è felice. Racconta che la gavetta alle prime esperienze lavorative l’aveva messa in conto, ma non di una simile portata. Assunto nel periodo dove sono state constatate le irregolarità, fresco di studi universitari, la paga mensile in stage, ci racconta, era di qualche centinaio di franchi. Corretta, dice, sulla carta per la percentuale lavorativa ridotta, ma non per i tempi reali ed effettivi di lavoro. Non era il solo a vivere questa situazione. “La situazione era condivisa da tutta la parte più giovane dello studio. Chi è arrivato dopo, chi è arrivato prima. Ma il trattamento, bene o male, era il medesimo per tutti”.
Entrato con lo statuto di stagiaire, ha comunque firmato un contratto. Cosa prevedeva?
“Sì, ho firmato un contratto. La percentuale di lavoro era bassa, però i lavori che si facevano in studio, le tempistiche, il completamento dei lavori finali richiedeva più tempo e quindi si stava di più in studio. Ci veniva anche richiesto di terminare entro determinate tempistiche, per forza di cose si impiegava più dell’orario concordato”.
Che orari faceva?
“Si entrava alle 08.30 e, in teoria, l’orario, a seconda del contratto che firmavi, poteva finire alle 17.00 o 17.30, ma più volte ci siamo ritrovati noi ragazzi a star lì la sera fino a tardi per concludere i lavori. Era una situazione condivisa tra noi giovani, eravamo trattati allo stesso modo. Non era una situazione bellissima”.
C’erano clausole particolari nel contratto che aveva firmato, negli accordi che avevate preso con il datore di lavoro, per questo tempo di lavoro extra?
“No, non c’erano clausole particolari. Si specificava che in sostanza, per il completamento a regola d’arte, bisognava utilizzare il tempo necessario. Però questo tempo e secondo quale regola dell’arte non era neanche questo definito, quindi in sostanza dovevi finirlo il prima possibile col tempo che avevi a disposizione durante l’arco di tutta la giornata”.
Vi siete mai lamentati o avete mai chiesto conto al datore di lavoro del fatto che stavate lavorando molto di più di quello che teoricamente dovevate?
“Sì, sono uscite, qualche volta, alcune discussioni, cercando di capire perché fosse questa l’impostazione e la risposta era, in sostanza, che si lavorava adesso in questo modo per ottenere un futuro migliore all’interno dello studio un poco per tutti, cosa che però anche ragazze o persone che lavorano lì da più tempo non avevano riscontrato”.
Vi sono state fatte promesse di un posto di lavoro futuro?
“Personalmente non in particolare, ad altri nello studio credo di sì, ma non posso confermare. Ogni ragazzo la viveva in modo molto personale”.
Lei in quel periodo si affacciava proprio al mondo del lavoro. Era uno dei suoi primi impieghi, immagino, dopo aver finito l’Accademia a Mendrisio. Come ha vissuto quel periodo?
“È stato un periodo tosto, perché approcciandosi al mondo del lavoro sai più o meno cosa ti aspetti. Sai che magari hai un periodo dove devi fare la gavetta ma non sai in che modo e sicuramente questo modo è stato non corretto. Sicuramente per ragazzi appena usciti dall’ambiente universitario, trovarsi in una situazione del genere non è molto stimolante o di prospettiva futura migliore”.
A un certo punto poi lei ha concluso questo rapporto di lavoro...
“Sì, dopo un periodo di tempo, valutato che non era il percorso giusto per me, in quanto non stavo crescendo. La delusione me la portavo anche fuori, nella vita privata. Quindi ho deciso di interrompere i rapporti. Non era la situazione giusta per un ragazzo appena uscito dall’università che vuole fare questa professione in un determinato modo. Entrare in uno studio del genere non è stimolante, ti fa perdere tempo e crea sfiducia. Questo mi ha spinto a spostarmi e affrontare altre sfide, seppur con nuove difficoltà. Soprattutto perché quel tempo lì non è stato troppo di valore, finito lì mi sono dovuto rimettere subito in gioco.
Quindi adesso lei ha trovato un altro lavoro, sempre nel settore dell’architettura in Ticino...
“Sì, ho trovato un altro studio, molto affine a me, molto stimolante e con un’ampia crescita. Quindi sì, attualmente sono contento e anche per quanto riguarda la professione c’è stata una crescita”.





