RG 18.30 del 10.09.21 - L'intervista realizzata dalla corrispondente Anna Valenti (rsi)

“Il ritorno dei talebani è il mio 11/9”

Braccata dai talebani e salvata da un soldato italiano. La storia di una giornalista afghana sopravvissuta alla furia degli integralisti

  • Stampa
  • Condividi
  • a A

“In Afghanistan lavoravo come giornalista. Ho dovuto lasciare il mio Paese perché, dopo che i talebani hanno conquistato Kabul, vivere lì è diventato molto rischioso per me”. Occhi scuri profondi e lucenti, che sbucano dalla mascherina. A cingere il volto di Mery (vero nome noto alla redazione N.D.R) un foulard per non farsi riconoscere, una delle poche cose portate con sé dall’Afghanistan, dove lavorava per un grande network straniero. “Sono fuggita solo con un paio di vestiti, nulla di più”, racconta ai microfoni della RSI. “I talebani vogliono farsi passare per brave persone, ma non lo sono”, afferma lapidaria.

“Prima per me esistevano solo nei racconti di mio padre, fuggito in Pakistan negli anni '90, ora ho visto ciò di cui sono capaci. Durante la nostra fuga ci siamo imbattute in tre dei loro check point. Inizialmente picchiavano gli uomini: Perché lasci il Paese? Perché consenti alle tue donne di andarsene? urlavano, ma poi hanno iniziato a picchiare anche donne e bambini”, racconta Mery.

“Lo avete visto anche con le proteste di questi giorni. Per le donne è ormai un Paese rischiosissimo. Non possono uscire di casa, devi essere accompagnata da un tuo familiare. Le donne che escono sole, se sono single, rischiano di essere rapite e di essere obbligate a sposare soldati talebani, come sta accadendo in molte province. Possiamo lavorare solo come dottori o insegnanti”.

Mery non è fuggita da sola, con lei la sorella, ex-collaboratrice dell’ambasciata italiana in afghanistan. Incinta di nove mesi.

“È il ricordo più brutto della mia vita, abbiamo lottato per riuscire a partire. Il giorno in cui i talebani sono entrati a Kabul non c’era nessuno a casa. Un vicino mi ha chiamato, avvertendomi che stavano passando di casa in casa per sapere chi lavorava dove e con chi. Non tornare, mi disse”.

Iniziano 5 giorni di paura, nascosta a casa della sorella. Il primo tentativo di fuga è andato male: impossibile superare i checkpoint talebani. A voler ritentare la sorella di Mery, per partorire suo figlio in un posto sicuro.

“C’era una folla incredibile, quando dopo oltre un giorno di attesa ci hanno detto che per quel giorno non si poteva partire. Io ho supplicato i soldati di far entrare mia sorella. Un soldato italiano ci ha fatto entrare. Una scena da film, noi eravamo felici ma piangevamo per coloro che non ce l’hanno fatta. Ora siamo felici perché siamo in salvo, mia sorella ha partorito una bambina ieri. Ma tutte le notti io sogno quelle terribili scene, sogno i talebani, sogno di non essere riuscita a partire. Mi perseguitano. Siamo preoccupate per mio padre che è rimasto in Afghanistan, da solo. Vive nascosto, perché se i talebani scoprono che lui ha mandato le sue figlie all’estero rischia la vita. È difficile…

Siamo preoccupati anche per il problema economico. Le banche sono chiuse e si sono prese tutti i nostri risparmi”.

Domani ricorre il 20esimo anniversario dall’attentato alle torri gemelle, a Mery chiediamo  quale significato abbia quel giorno per lei.

“Io ho vissuto l’equivalente dell’11 settembre 2001 lo scorso 15 agosto 2021. L’arrivo dei talebani è stato questo per me. Abbiamo passato gli ultimi 20 anni a pensare che potevamo fare quello che volevamo,  io ho studiato, fatto un master, avevo una bella carriera e in un batter d’occhio ho perso tutto”.

La voce di chi è fuggito da Kabul

La voce di chi è fuggito da Kabul

TG 20 di venerdì 10.09.2021

 

Anna Valenti
Condividi