Afghanistan: le memorie di una mamma

A Modem la testimonianza di una donna fuggita da Kabul tre mesi fa

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Mancavano cibo e acqua, figuriamoci un block-notes per scrivere. Taban si è appigliata ai quei brandelli di cartone umanitario, strappati alle scatole di aiuti alimentari. E li ha trasformati nel diario del suo esodo dolente, appunti di sofferenza conservati ora con cura. Sono vergati col segno delicato e armonioso dei caratteri (modificati) arabi che però suonano in dari, il persiano parlato metà dell’Afghanistan.
Taban – nome di fantasia per una mamma reale che accarezza la sua piccola di due anni e mezzo durante l’intervista con la RSI – ora vorrebbe scrivere un libro. “Breve e non troppo lungo, per raccontare al mondo come siamo scappati dai talebani”.

NEL CAOS DELL’AEROPORTO

Ma il mondo l’ha già vista quella fuga caotica e violenta. L’assalto finale dei talebani a Kabul a Ferragosto spinse decine di migliaia di afghani a voler correre via dal regime “oscurantista, che ci impedisce di vedere la luce” dice Taban, mentre dispone sul tavolo con cura una ciotola di yogurt, riso basmati, prezzemolo, patate con cipolle e pollo. Lei – accolta con i suoi 5 figli in Italia, non lontano dal confine con la Svizzera – ci accoglie a nostra volta a questo tavolo di legno in un casa semplice diventata rifugio sicuro. “Non pensavo che le forze internazionali – come americani o italiani – si sarebbero ritirati abbandonando l’Afghanistan” ci dice Taban. Invece dopo 20 anni di “lotta al terrorismo”, USA e coalizione hanno smobilitato lasciando capo libero agli estremisti barbuti. Ecco perché bisogna scappare, riflette questa mamma che coccola premurosamente la piccola deponendola sul divano.

LA MORTE NEGLI OCCHI 

Taban mostra le immagini conversate sul cellulare: “Ma le ho nascoste in un file per non farle vedere ai bambini”. Quelle ore concitate all’aeroporto di Kabul hanno lasciato traccia indelebile. “Questo è una specie di canale, con l’acqua…dall’altra parte c’è l’ingresso dell’aeroporto come vedi nel video... Sotto l’acqua c’erano persone, feriti…a volte cadaveri… Qualcuno cercava parenti…un sacco di persone sono morte lì”. Si ferma. Prende forza. Nel terminal di Kabul il mondo ha visto gli afghani aggrapparsi letteralmente alla libertà avvinghiandosi alla fusoliera dei C-130. Ma non ha visto il tappeto di disperazione sotto la selva di gambe e ciabatte. Un intrico sudato di corpi ammassati tra spintoni e sgomitate per la sopravvivenza agli ingressi dell’aeroporto. Di questo Taban ha scritto nelle memorie del dolore. “Ho visto con i miei occhi molti morti in questa calca. Li spostavano. Li tiravano fuori. Molti erano bambini. Dai sei mesi fino a 15 anni…”. 

Poi gli occhi sembrano proiettare un video che si ripete in loop nella testa di Taban “ogni sera, quando poi mi sveglio all’improvviso”. Quel magma di esseri umani schiacciati uno sull’altro in cui uno dei suoi figli è caduto. “Piangevo, sono inciampata anche io”. Poi l’abbraccio col pargolo ritrovato. Per rendersi conto un attimo dopo di aver perso per qualche interminabile minuto un altro dei suoi figli, il più grande, rimasto indietro. Lui è riuscito a gridare “mamma” e a farsi vedere. “Ci ha salvato un ufficiale italiano che ci ha fatto subito ritrovare” aggiunge Taban. Il ragazzo, un sedicenne, si trovava risucchiato tra corpi dolenti pochi metri più in là, ma “c’erano di mezzo centinaia di persone” aggiunge Taban col tono della voce che resta calmo. Ma che tradisce la fatica di questo viaggio senza marito. 

L’ATTESA DEL MARITO

Taban ora vive in una località non lontano dal confine con la Svizzera. Ogni dettaglio che permetta di riconoscerla deve essere evitato per tutelare la sua incolumità. E soprattutto quella dei parenti rimasti in Afghanistan. Suo marito lavorava per le forze militare della coalizione internazionale. E per ora è bloccato alle porta d’Europa. In attesa di un visto di ricongiungimento famigliare. “Ci hanno impiegato quattro mesi per rispondermi a una email”, ci dice per telefono poche ore dopo l’incontro con sua moglie. Gli diciamo che la piccola stava bene, accoccolata sul divano. E che il secondogenito era appena arrivato da scuola, che si accosta timido al tavolo prima di tuffarsi la forchetta nel basmati. “Mi piace il calcio”, mi dice in un italiano ancora approssimativo ma già con slancio e voglia di comunicare. Il suo papà resta a un paio d’ore d’aereo dall’Italia. Oltre la frontiera Schengen. La mamma, Taban,  si prende cura di tutti e cinque. La paura dei talebani, per ora, è alle spalle. Davanti restano le incognite del futuro. E le paure: non più quelle della violenza dei radicalisti che nelle province afgane estorcono denaro a ex-funzionari pubblici e a chiunque abbia collaborato con gli occidentali. Ma i timori del futuro immediato nella “nuova vita” in Europa.
Un lavoro in Italia senza il riconoscimento della sua laurea in letteratura persiana, spiega Taban.  Nemmeno i titoli di studio del marito sono riconosciuti. E poi c’è il bisogno – dice la mamma – di non dipendere “dagli aiuti dell’Italia, a cui sono grata”.
Restano comunque sogni e speranze. “Spero di venire a sapere un giorno che tutti i talebani hanno perso”, scandisce lenta Taban. Serve un thè verde, appoggia la tazza sulla tavola. “Vogliamo la pace in Afghanistan. E vogliamo che i nostri figli crescano in sicurezza. Se loro non fanno passi avanti, non li farà nemmeno il paese”. Questi, aggiunge, “sono i miei desideri”.

Emiliano Bos
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