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Proteste a Cuba

Il regime apre negoziati con Washington in un clima di instabilità sociale

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La popolazione è confrontata con continui blackout, oltre alla scarsità di cibo, medicine e beni di prima necessità

La popolazione è confrontata con continui blackout, oltre alla scarsità di cibo, medicine e beni di prima necessità

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Di: Laura Daverio 

Nella notte un gruppo di giovani ha vandalizzato la sede del Partito Comunista nella cittadina di Morón, a circa 500 chilometri a est dell’Avana. Durante un blackout che durava da oltre un giorno, i manifestanti hanno rimosso documenti, computer e trasportato mobili fuori dall’edificio, incendiandoli poi in strada. Nei video circolati online si sentono alcune persone gridare “Libertà”. Cinque persone sono state arrestate.

Il governo ha cercato oggi di invertire le azioni di ieri. Ha riunito alcuni militanti davanti all’edificio, addobbato con bandiere cubane, organizzando un evento con artisti locali che hanno celebrato, quasi come un coro muto, le promesse e le vittorie della Rivoluzione.

A Cuba protestare pubblicamente è raro, non per mancanza di motivi ma per le conseguenze che comporta. Nell’estate di cinque anni fa manifestazioni contro la scarsità di cibo, medicine ed elettricità assunsero presto un carattere apertamente critico verso il governo. La risposta delle autorità fu una vasta ondata di arresti e condanne che in alcuni casi arrivarono anche a superare i vent’anni di carcere.

Le proteste successive si sono svolte su scala molto più ridotta, ma sono state comunque alimentate dall’esasperazione per condizioni di vita sempre più precarie.

Ieri il presidente cubano ha confermato l’avvio di trattative con Washington, costretto dal blocco imposto dagli Stati Uniti alle forniture di petrolio all’isola, che ha fatto precipitare una crisi già profonda. Per domani è atteso l’annuncio delle prime concessioni, una mossa politica che avviene in un contesto di crescente pressione di instabilità sociale e il rischio di proteste ancora più intense.

Negli ultimi giorni si sono moltiplicati i cacerolazos, proteste in cui la popolazione batte pentole e utensili da cucina dai balconi o nelle strade per denunciare la mancanza di cibo, medicine e corrente. L’epicentro del malcontento sarebbe la capitale, dove i blackout arrivano a quindici ore al giorno. La settimana scorsa si è svolto un sit-in davanti all’Università dell’Avana, circa venti studenti hanno protestato contro i continui blackout, la scarsità di beni di prima necessità e le frequenti interruzioni delle lezioni, e la difficoltà di seguirle in forma remota.

Dopo decenni di pressioni da parte di Washington attraverso l’embargo economico più lungo della storia, il governo cubano si trova ora costretto a trattare. Tra i nodi principali ci sono le richieste che L’Avana ha sempre respinto, in particolare l’apertura agli investimenti stranieri. La sua priorità è mantenere il potere, e questa potrebbe essere l’unica maniera.

La priorità della Casa Bianca economica è chiara, lo è meno quella politica. L’esperienza recente del Venezuela suggerisce che gli Stati Uniti puntino a garantirsi accesso privilegiato alle risorse economiche del paese. Se la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado è stata ricevuta alla Casa Bianca per consegnare il suo Nobel per la Pace a Donald Trump, questi ha dimostrato di preferire trattare con la vicepresidente del governo di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez.

A Cuba, intanto, le nuove figure politiche che stanno emergendo e che parteciperebbero ai negoziati dietro le quinte sono membri della famiglia Castro, al potere dalla rivoluzione del 1959, direttamente o attraverso leader da loro scelti come l’attuale presidente Miguel Díaz-Canel.

Il timore è che, tra i molti cambiamenti attesi, solo pochi possano tradursi in benefici concreti per la popolazione.

Pochi parlano ancora di rivoluzione o di ideali, parole che suonano lontane rispetto al rumore più urgente delle pentole che chiedono semplicemente cibo. Non è un caso che l’ultimo bersaglio delle proteste sia stata proprio la sede locale del Partito Comunista, segno evidente di un crescente disincanto verso ogni promessa del passato. Mentre gli Stati Uniti, bloccando anche l’accesso al carburante, hanno cercato ancora una volta di forzare un’apertura, indipendentemente dalle conseguenze sulla popolazione.

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Cuba ammette la ripresa del dialogo con Washington

Telegiornale 14.03.2026, 12:30

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