Agua es vida - Acqua è vita. Taniche lasciate nel deserto.
Agua es vida - Acqua è vita. Taniche lasciate nel deserto. (©Emiliano Bos/RSI)

"Angeli" al confine USA-Messico

Trump vuole costruire il muro. Abbiamo seguito i "Border Angels", che portano acqua nel deserto per i migranti

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"Agua es vida" L’acqua è vita, scrive Briani con un pennarello rosso sulla tanica d’acqua da un gallone. 22 anni, studentessa di giurisprudenza – "voglio specializzarmi in diritto dell’immigrazione" – è nata e cresciuta a Los Angeles ma la sua famiglia proviene dal Salvador. Oggi ripercorre a ritroso l’itinerario dei suoi genitori. Che sono arrivati qui in California illegalmente trent’anni fa attraversando questo deserto. Dove l’acqua può salvare una vita.

Invece lungo la frontiera USA-Messico si continua a morire, spiega Enrique Morones, fondatore e anima dei “Border Angels” di San Diego. Oltre 300 morti l’anno scorso. Una cifra – ammette – comunque ben inferiore alla tomba di migranti chiamata Mediterraneo.

È da poco passata l’alba di un sabato mattina di febbraio quando Enrique si rivolge ai suoi "angeli". Oggi sono un’ottantina. Tra loro, anche la futura avvocata Briani.

"Con Trump la situazione è fuori controllo" mi dice Morones. Agli "angels" parla con tono appassionato, lui, primo americano a ottenere anche la cittadinanza messicana. Denuncia le violazioni continue dei diritti degli immigrati ("separano le famiglie, arrestano i genitori davanti alle scuole dei figli"). Chiede coraggio per un gesto che non è solo di carità. Il "drop water", l’acqua che questi volontari si accingono a distribuire, è anche una forma di rivolta civile, di protesta politica.

Verso il deserto - I volontari dei
Verso il deserto - I volontari dei "Border Angels" di San Diego si ritrovano tutti insieme prima di suddividersi a gruppi nel deserto. (©Emiliano Bos/RSI)

Via, si parte. La California del surf e delle onde increspate del Pacifico lascia spazio a una tavolozza di colori caldi, dall’ocra al rame. La Highway numero 8 diventa un saliscendi tra rocce lunari. Sosta in una stazione di servizio a Jacumba, a ridosso del confine col Messico. I volontari acquistano le confezioni d’acqua a proprie spese. Poi si dividono in gruppi. Con una ventina di loro, vado al seguito di Jonathan Yost, che è anche il direttore del programma "Water drop" degli Angeli di San Diego.

Qualche chilometro prima di arrivare nella cittadina frontaliera di Calexico, ci infiliamo su uno sterrato. Al momento di lasciare le auto e proseguire a piedi, incrociamo una pattuglia delle guardie di confine: “Border Patrols” che interpellano "Border Angels". Due modi opposti di interpretare la frontiera. Comunque nessuna incomprensione. Il sottufficiale sa che gli Angeli stanno solo portando acqua. Vi boicottano o prelevano le taniche?, chiedo a Jonathan. "In Arizona ci sono le prove che sia accaduto, qui no. I Border Patrol non sono tutti uguali".

Ma a volte Jonathan e gli altri volontari ritrovano le taniche crivellate di proiettili. "Nessuno viene in questo deserto a esercitarsi con le armi" aggiunge. "È un sabotaggio deliberato. Vogliono mandarci un chiaro messaggio di odio".

 

Camminiamo. La strada sterrata diventa sentiero. "L’esperienza che state vivendo è unica: avete la possibilità di salvare la vita di una persona". Durante il percorso Jonathan insiste: occorre riflettere su ciò che stiamo facendo e comprenderne la portata. Per Armida, 31 anni, insegnante, oggi è la terza volta. Per Briani, arrivata appositamente da Los Angeles, è la prima. "Sto imparando a capire cosa provano gli immigrati che percorrono questo deserto" mi dice mentre il terreno si fa più sabbioso.

In cammino - Sono soprattutto donne le volontarie degli Angeli della Frontiera. Alcune di loro sono di origine messicana o latino-americana.
In cammino - Sono soprattutto donne le volontarie degli Angeli della Frontiera. Alcune di loro sono di origine messicana o latino-americana. (©Emiliano Bos/RSI)

Eccolo il confine. Lo si vede a poche centinaia di metri da qui. La California è quella parte degli USA dove il muro comunque esiste già da tempo. In questi giorni Donald Trump ha visitato i prototipi della barriera che ha promesso di costruire. In realtà lo hanno realizzato ben prima di lui. Fortificato e impenetrabile. Tra l’altro separa San Diego da Tijuana, la città gemella in territorio messicano. Ogni giorno oltre mezzo milione di persone attraversa legalmente quel confine: è la frontiera più trafficata del mondo. Da Tijuana proviene Armida, ormai cittadina americana. Anche lei oggi ripercorre le tracce della sua storia famigliare mentre tiene in mano due taniche d’acqua. "Mio padre e mia madre sono passati di qui", mi racconta con un po’ di fiatone.

Cavalli di Frisia -Lungo il confine tra Stati Uniti e Messico in questa zona desertica non c’è il muro ma una barriera facilmente scavalcabile.
Cavalli di Frisia -Lungo il confine tra Stati Uniti e Messico in questa zona desertica non c’è il muro ma una barriera facilmente scavalcabile. (©Emiliano Bos/RSI)

Ma qui la separazione tra il lembo desertico messicano e quello americano fa quasi sorridere. Un ostacolo facile da superare. "Lo fanno apposta. Si chiama "funneling", una specie di imbuto”, sostiene Jonathan. A suo parere, le autorità americane rendono difficile il passaggio ai migranti "undocumented" – privi di regolari permessi - nelle zone più sicure. Mentre non lo impediscono in altre zone. Come qui, a un’ora e mezzo d’auto da San Diego. Non è il solo a pensarla così. Lo denuncia da tempo anche un’organizzazione dell’Arizona, attiva nel deserto come i “Border Angels”.

"Quando queste persone riescono a entrare negli Stati Uniti si ritrovano nel mezzo di questo nulla desertico", aggiunge ancora Jonathan. Qualche mese fa – racconta ai volontari – abbiamo trovato pannolini per neonati. "Provate a immaginare cosa significhi passare di qui con un bambino di pochi mesi, di notte, al buio, con la paura di essere arrestati".

Filo sottile - Il filo tra la vita e la morte in queste condizioni estreme – soprattutto d’estate.
Filo sottile - Il filo tra la vita e la morte in queste condizioni estreme – soprattutto d’estate. (©Emiliano Bos/RSI)
Sentiero sabbioso - I volontari indossano scarpe da trekking e hanno scorte di cibo acqua, in aggiunta a quella che portano. I migranti quasi mai.
Sentiero sabbioso - I volontari indossano scarpe da trekking e hanno scorte di cibo acqua, in aggiunta a quella che portano. I migranti quasi mai. (©Emiliano Bos/RSI)

Arriviamo al punto prescelto per la "consegna" dell’acqua portata fin qui. Balze rocciose color ruggine offrono una sorta di riparo naturale. Jonathan spiega che collocherà un paio di taniche su un cucuzzolo pietroso. "Visibility and accessibility" scandisce. Ben visibile e facile da raggiungere. È "il segnale". Vedendolo, i migranti arriveranno qui.

Il segnale - Jonathan Yost colloca una tanica su un’altura in modo che i migranti la possano vedere da lontano.
Il segnale - Jonathan Yost colloca una tanica su un’altura in modo che i migranti la possano vedere da lontano. (©Emiliano Bos/RSI)

"E arrivati qui che cosa troveranno? Tutte le altre taniche. Quelle che voi avete lasciato. Does it make sense?". È questo il senso profondo del "water drop". Innanzitutto offrire aiuto a chi ne ha bisogno.

La consegna - Jonathan Yost colloca una tanica su un’altura in modo che i migranti la possano vedere da lontano.
La consegna - Jonathan Yost colloca una tanica su un’altura in modo che i migranti la possano vedere da lontano. (©Emiliano Bos/RSI)

27 confezioni da 1 gallone. Poco più di cento litri consegnati oggi.

I volontari li piazzano nel luogo indicato, un’area semi-pianeggiante che sembra attraversata dal letto di un torrente asciutto. In due anni, gli Angeli della frontiera hanno lasciato nel deserto circa 5.000 galloni di acqua potabile in oltre 70 diverse località, spiega Jonathan. In totale, quasi 19'000 litri.

 

L’acqua è vita, ha scritto Briani sulla tanica di plastica che adesso ha lasciato accanto a un arbusto secco.

L’acqua è vita, ripete come un mantra Jonathan: "Morire di sete qui non è un modo di dire. Succede ancora".

L’acqua è vita, gridano i volontari dopo aver deposto le taniche.

Emiliano Bos

 

 

 

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