Theresa May
Theresa May (©Keystone)

Aspettare è sperare

Scozia e Irlanda del Nord, che avevano votato per restare nell'UE, sono alle prese con evidenti crisi costituzionali

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In mancanza di certezze, meglio aspettare. Non è tempo di rischiare, la Brexit - l’azzardo massimo per il Regno Unito - consiglia prudenza e pazienza. In attesa di chiari di luna più benevoli, di congiunture propizie, di consensi ampi e accordi che oggi appaiono irraggiungibili. In Scozia come in Irlanda del Nord. Le regioni autonome di Sua maestà, che avevano votato per restare nell’Unione Europea e adesso si trovano alle prese con crisi costituzionali più o meno conclamate. 

Rischio per devoluzione

Senza governo da sei mesi, non sono bastati 119 giorni a Belfast per produrre un nuovo esecutivo locale di unità nazionale. Divisioni e diffidenze continuano a prevalere nei rapporti tra DUP e Sinn Fein, le due principali formazioni, uscite appaiate dalle elezioni di marzo. Secondo gli accordi di pace del Venerdì Santo, spetta a loro trovare un’intesa di governo, ma finora gli sforzi dei mediatori sono risultati vani. Come la strategia di Londra che aveva blandito e minacciato Stormont, auspicando una rapida soluzione della paralisi istituzionale. Lunedì il Segretario di Stato James Brokenshire riferirà a Westminster, ma nel mentre ha accettato di concedere l’ennesima proroga. Un fine settimana di riflessione per scongiurare l’ipotesi di nuove elezioni, oppure - più probabile - la sospensione della devoluzione, con conseguente rimpatrio di poteri a Londra.

James Brokenshire
James Brokenshire (©Keystone)

L’indipendenza può attendere

Un’attesa breve, se paragonata a quella che la Prima ministra Nicola Sturgeon è stata costretta ad autoimporsi. L’esito dell’elezione generale ha ridimensionato non solo la presenza dei nazionalisti scozzesi a Westminster (diminuiti da 56 a 35), ma soprattutto l’istanza indipendentista. Lo scorso marzo, prendendo in contropiede la Premier Theresa May, Sturgeon aveva ottenuto da Holyrood il voto per richiedere un secondo referendum per l’indipendenza dopo quello perso meno di tre anni fa. Confidava sulla vocazione europeista degli scozzesi, che avrebbero sventolato la bandiera nazionalista pur di restare nel mercato unico. Il successo dei partiti unionisti lo scorso 8 giugno l’ha riportata a più miti consigli, posticipando all’autunno 2018 ogni valutazione sul voto indipendentista. 

Nicola Sturgeon
Nicola Sturgeon (©Keystone)

Instabilità del governo

E in un limbo d’attesa di trova anche Theresa May, dall’istante in cui le è stato chiaro di avere clamorosamente fallito la sua scommessa elettorale. Sfiduciata dagli elettori, commissariata dal suo stesso partito, la Premier resta a Downing Street per mancanza di alternative. Ma fino a quando riuscirà a mascherare il suo barcamenarsi in azione di governo nessuno può saperlo. Il costosissimo accordo con il DUP, che le garantirà quei 10 voti fondamentali per la sopravvivenza, assicura governabilità ma non stabilità. Perché l’esecutivo poggia sulla fragilità di una maggioranza operativa di 14 deputati, che la costringerà a cercare di continuo nuove geometrie parlamentari. O a rinnegare il suo stesso mandato, come in occasione della votazione sul programma legislativo, quando ha acconsentito a finanziare l’interruzione di gravidanza alle donne nord-irlandesi. Viceversa sarebbe finita in minoranza nel corso del primo voto di questa nuova legislatura. Un piccolo ma significativo segnale della sua intrinseca debolezza.

Lorenzo Amuso

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