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Belgrado, oltre l'accoglienza

La città è uno degli snodi di passaggio per i migranti; c'è chi aiuta e chi si arricchisce - Il reportage

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Marija Milanovic

"Perché questa gente ci aiuta?": con questa domanda Fatima, 24enne irachena, mi spiazza completamente quando la incontro in un parco di Belgrado. Accetta di parlarmi, ma a videocamera spenta, come del resto tutti i migranti che incontro nella città.

Scappata dal suo paese con il marito, la giovane è al sesto mese di gravidanza, e ha deciso di intraprendere questo lungo viaggio nonostante i rischi che esso implica. Partita dall’Iraq, la coppia è passata da Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia ed è diretta verso la Germania e, con un po’ di fortuna, la Danimarca o la Svezia. Tutto questo per offrire un futuro migliore al loro bebè. Un viaggio durato settimane, effettuato per lunghi tratti anche a piedi, e costato diverse migliaia di euro.

La questione dei soldi

Quello finanziario è d’altronde un denominatore comune di tutti i disperati che incontro durante la mia permanenza in Serbia: solo i più abbienti, che hanno a disposizione diverse migliaia di euro, sono riusciti ad abbandonare il proprio paese e intraprendere un viaggio che li porterà al tanto agognato "Eldorado europeo" dove sperano di poter cominciare una nuova vita, trovando un lavoro o portando al termine gli studi iniziati in patria.

"Appena sono arrivata qui una signora che stava passeggiando da queste parti mi ha vista, mi ha presa per mano e mi ha portato in ospedale per un controllo", mi racconta. Una solidarietà che non riesce a capire. Le spiego che si trova in un paese che è stato protagonista di un conflitto armato durato quattro anni (dal 1991 al 1995) e di un bombardamento nel 1999, e che nelle persone che offrono il proprio aiuto è probabilmente ancora vivido il ricordo di quanto sofferto all’epoca.

 

C’è chi si arricchisce…

Passeggiando per la capitale mi rendo conto che non tutti sono però spinti dalla solidarietà: c’è chi approfitta della situazione per guadagnare soldi facili. Come tassisti e autisti di autobus che si fanno pagare il doppio, o addirittura il triplo della tariffa standard. Ma non solo: in un chiosco dove è possibile acquistare carte SIM prepagate per i telefonini assisto a una scena desolante. Un giovane richiedente l’asilo chiede di acquistare una di queste schede, ma la venditrice gli dice di averle finite. Pochi secondi dopo giunge un ragazzo che parla serbo e ne acquista una decina. Intascata la merce si reca nel parco poco lontano dove sono riuniti centinaia di rifugiati, indossa un gilet giallo – di quelli usati dai bambini lungo il tragitto casa-scuola – e vende loro a tariffe esorbitanti quanto appena acquistato per pochi spiccioli (una scheda costa intorno ai 10 franchi, di cui 8 sono già a disposizione come credito per conversazioni e SMS).

In un altro chiosco un papà vuole acquistare per il figlio una bibita e delle patatine. La commerciante gli mostra su una calcolatrice che il totale è di 400 dinari (circa 4 franchi). Decido di acquistare gli stessi prodotti, chiedendole lo scontrino fiscale: il totale è di poco più di 200 dinari (più o meno 2 franchi).

Esiste, insomma, anche chi si è dimenticato di cosa si prova a scappare da un paese dilaniato dalla guerra…

I centri per i richiedenti l’asilo sono vuoti

Come mai, mi chiedo osservando la gente che si lava alle fontane pubbliche, e che espleta i propri bisogni fisiologici all’aperto, le autorità locali non hanno fatto nulla per creare apposite strutture di accoglienza temporanea? La risposta mi è fornita dal direttore del Centro per la protezione e l’aiuto ai richiedenti l’asilo di Belgrado, Radoš Djurović, che mi spiega che strutture di questo tipo esistono, «ma sono praticamente vuote. Non siamo noi a non volerli accogliere, sono loro che non vogliono andarci».

 

Questi luoghi si trovano infatti ad una certa distanza dai nuclei urbani, nei quali il contatto con i trafficanti di persone è molto più facile. Più i migranti si allontanano, più sarà complicato ripartire. Allora preferiscono rinunciare al confort per essere sicuri di poter lasciare il paese nei tempi più brevi. "E allora è nostro compito offrire loro assistenza lì dove si trovano: tutti i giorni distribuiamo loro beni di prima necessità donatici da privati cittadini e organizzazioni benefiche: saponi, dentifrici, spazzolini, pannolini, medicinali, cibo, acqua, vestiti e giochi per i più piccoli".

Un problema ingestibile per la Serbia

E la popolazione cosa pensa di questa nuova e inattesa "invasione"? In generale, nessuno è infastidito, ma in molti sono sorpresi: "Siamo un paese che fa fatica a gestire i propri numerosi problemi interni, figuriamoci questo, che sta assumendo dimensioni sempre più importanti e sempre meno prevedibili" mi rivela Goran, un creatore di gioielli 60enne.

E il sentimento di perplessità è palpabile anche nelle generazioni più giovani. Jelena, una studentessa universitaria di 23 anni, è della stessa opinione: "Questa gente non dà fastidio a nessuno, non è aggressiva – o almeno non lo è per ora – e se ne sta nel proprio angolino, insieme ai compagni di disavventure, in attesa di ripartire. Fortunatamente la Serbia per loro è solo una tappa intermedia, una sorta di area di sosta. Se decidessero di restare, non avrebbero fortuna: la vita qui è già difficile per noi locali".

 

Esistono a Belgrado, lungo il fiume Danubio, alcune abitazioni abbandonate in attesa di essere demolite. In queste alcuni migranti di passaggio hanno deciso di fermarsi per dormire e lasciare sui muri alcuni messaggi che segnano il loro passaggio.

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