Braccianti al lavoro
Braccianti al lavoro (Nicola Agostinetti)

La città degli schiavi

Una baraccopoli di 1'800 persone sorge fra Foggia e San Severo - reportage tra i raccoglitori di pomodori

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Non ci sono cartelli o indicazioni per arrivare al Gran Ghetto. Sulle mappe non figura. Per arrivarci bisogna seguire uno dei tanti furgoni scassati e imbrattati di fango che la sera rientrano dai campi rimbalzando tra le buche. Furgoni pieni di braccia e muscoli indolenziti, schiene bloccate, calli e vesciche. 

C'è una montagna di rifiuti, macerati da un sole che a settembre ancora brucia, all'entrata del Ghetto, e una fila di bagni chimici colorati. Incassato dentro un lieve avvallamento, lo si scorge a poco a poco avvicinandosi. Da lontano è invisibile, come invisibili sono i suoi abitanti. 

Il Gran Ghetto è una città di plastica e cartone sorta nelle campagne tra Foggia e San Severo, in quello che nel Ventennio era considerato il granaio d'Italia. Baracche fatiscenti tenute assieme con lo spago e vecchi tubi dell'irrigazione, sprofondate nel fango e nella polvere. Dentro ci vivono, in condizioni disumane, fino a quaranta persone in ognuna. È la città degli schiavi del pomodoro, dell'oro rosso, come lo chiamano da queste parti.

"Nessuno vuole stare qui, dateci un'alternativa e ce ne andiamo". Sonja al Ghetto ci ha aperto un ristorante. Se ne sta seduta fuori, su una panca di legno. Le sopracciglia tinte, sotto un ammasso di treccine posticce che a fatica cerca di annodare dietro la nuca, la esse che fischia tra i denti. Un occhio alle cosce di pollo che friggono su un pezzo di lamiera, un altro, più attento, a chi entra al ghetto. 

Quando è nato, questo villaggio abusivo, nemmeno lei sembra ricordarselo. Prima furono occupati i casolari abbandonati in mattoni, poi si aggiunse qualche tenda, che veniva smontata al termine della stagione del raccolto. Quindi è arrivata la crisi, che qui ha convogliato migranti da tutta Italia ed altri direttamente da Lampedusa. Al nord le fabbriche chiudevano, al sud il Ghetto si ingigantiva, sempre più.

Tende e baracche
Tende e baracche (Nicola Agostinetti)

Il "Grande Ghetto", 1'800 persone

Qualche tempo fa questa baraccopoli si è risvegliata città. Oggi, in estate, la popolano fino a 1'800 persone e smantellarla sembra oramai impossibile.

"Chi l'ha detto che questo è un pezzo d'Africa?", dice contrariato Marà. Ex ambulante arrivato qui dalle spiagge sette anni fa, questo senegalese alto come un lampione, ha ragione: questa non è Africa, è l'Italia, una delle sue facce più oscure e vergognose. Per lui, raccogliere il pomodoro è ancor più massacrante, da lassù. Marà ha trovato rifugio in un casolare diroccato. Ci vive con altri sei, i materassi appoggiati a terra, ancora inzuppati dalle recenti piogge, i sedili di un auto a far da poltrone. Si dice fortunato.

 

Gli invisibili

Sono invisibili, sfuggono a ogni controllo e ad ogni censimento. Esistono solo stime. Sarebbero in ventiduemila i braccianti stagionali, sparpagliati nella provincia. Li trovi dentro ogni rudere, alcuni in roulotte, dormono nelle carcasse di automobili arrugginite arenate nei campi, sotto tende di plastica, nelle fabbriche fallite e abbandonate. Tutto sembra parlar di sconfitte, da queste parti.

Ibrahim ha appena fatto a pezzi una capra, fegato e zoccoli si anneriscono sulla griglia. Vassil e Tudor, son venuti qui dal Ghetto dei Bulgari, un'altra baraccopoli più a sud, verso Cerignola. Vogliono vendere il loro rottame a Mamadou, il meccanico, che cerca di capirne lo stato di salute tirando calci alla portiera. Nicola ha trasformato il baule della sua Punto in vetrina, vende scarpe e guanti, qualche boccetta di profumo. "Al Ghetto ci vengo ogni tanto - dice con accento pugliese - loro stanno meglio di noi, non pagano, luce, acqua e nemmeno il bollo."

 

Non pagano perché acqua e luce, al Gran Ghetto, non ci sono. Figuriamoci le fogne. Figuriamoci la dignità.

Il bracciante è pagato a cottimo, a cassone. 3 euro e mezzo per ogni cassone riempito, 3 euro e mezzo per trecento, quattrocento chili di pomodori. Il costo di quattro barattoli di salsa al supermercato. Al bracciante, al termine di un una giornata che può arrivare fino a dieci ore lavorative, rimangono in tasca dai 20 ai 30 euro. Così dal Ghetto e dalla miseria, sfuggire è impossibile.

I volti

Abbas fa a fette un pomodoro con il coltello, con gesto deciso, come se volesse procurargli dolore. Fiore, l'Italiano, litiga con il gracchio dell'impianto stereo della sua discoteca, che entro sera deve sparire. Anche Latifah si prepara per la serata, con un pezzo di specchio in mano si tinge le labbra di rosso porpora. Tra qualche ora, concederà il suo corpo per 10 euro agli anziani clienti che all'imbrunire si spingono qui da Foggia. Sottobanco, offre anche pillole blu a prezzi stracciati.

C'è droga e prostituzione, al Gran Ghetto, come in ogni città, come c'è a Foggia e come c'è a Bellinzona. E c'è chi fa affari. 

I caporali sono gli intermediari tra i braccianti e i proprietari dei campi, che le mani, in tutti i sensi, non se le vogliono sporcare. Procurano la manodopera, la scorrazzano in giro sui loro minibus sfasciati per i campi, trattenendo commissioni e percentuali. Vessano, minacciano, sfruttano e intanto si arricchiscono.

Lavoro nero, lavoro grigio e caporalato inchiodano queste campagne ad un eterno medioevo. La CGIL locale stima che il gettito fiscale perso sia di 80 milioni di euro l'anno nella sola provincia di Foggia.

Con un colpo ben assestato alla lamiera Sonja gira le sue cosce di pollo come fossero tessere di un domino. "Dateci dei contratti e il Ghetto scomparirà da solo", dice. "La gente sta con i caporali, perché sono i caporali a darci il lavoro", le fa eco Marà.

La regione Puglia aveva annunciato la fine del ghetto per il mese di luglio, e invece è ancora lì, intatto. La dignitosa tendopoli che ha montato a San Severo, è deserta, snobbata dai braccianti. Gli incentivi promessi ai contadini disposti ad assumere in regola, giacciono nelle casseforti della regione. Il Ghetto sopravviverà finché un fiume di baracche di plastica non rappresenterà agli occhi di qualcuno, la sola speranza.

Nicola Agostinetti

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