La difficile rotta albanese

L'Albania, dopo la chiusura dei confini balcanici, aspetta i profughi. Il reportage del TG

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Nevica sulle montagne al confine con la Grecia, il freddo è pungente e il buio è pesto. Il pattugliamento notturno dei poliziotti di frontiera è un continuo saliscendi tra rocce e fango, su un terreno aspro e montuoso, pieno di piccoli sentieri impraticabili con la jeep e difficili da controllare.

Qualche piccolo gruppo di profughi è già arrivato negli scorsi mesi”, ci spiega il comandante della polizia di frontiera di Kapshticë Ermal Zeka. “Li abbiamo arrestati per immigrazione clandestina. A tenerli lontani per ora è il freddo, ma la primavera sta arrivando”.

Il valico di Kapshticë. Oltre c'è la Grecia
Il valico di Kapshticë. Oltre c'è la Grecia (RSI/Gianfranco Fozzi)

Da quando la rotta balcanica è stata chiusa in Albania c’è preoccupazione per una possibile ondata di profughi. A Bilisht, il primo paese dopo la frontiera, tra asini che trasportano legna per le strade e negozi di telefonia mobile, non si parla d’altro. Poca fiducia nelle istituzioni, molta nella solidarietà.

Qualsiasi sarà la decisione dei governi europei, i rifugiati arriveranno”, ci dice una donna. “Sappiamo bene che cosa significa essere profughi, noi lo siamo solo stati pochi anni fa”, ci spiega invece Genti Dencolli, giovane militante e coordinatore regionale del partito di destra all’opposizione. “Noi siamo pronti ad aiutarli. E io sto già pensando di raccogliere vestiti per loro”.

Bilisht sulla carta

Per ora la situazione è sotto controllo, le decine di migliaia di profughi bloccati in Grecia non si muovono. Ma le autorità albanesi hanno già individuato due aree di accoglienza. Nascosta tra le brulle colline poco distante dal valico di Kapshticë, visitiamo una ex caserma militare e dormitorio per i lavoratori delle miniere di ferro. L’edificio oggi è fatiscente e niente è stato ancora approntato, ci confida Berti Serti, l’anziano guardiano dell’area. “Per vivere l’uomo ha bisogno di luce, acqua e pane”, ci dice. “L’elettricità qui c’è, ma manca l’acqua. Per il pane non c’è problema, quello lo possiamo portare noi”.

L'ex caserma individuata dalle autorità come area di prima accoglienza. L'edificio è diroccato e manca acqua potabile.
L'ex caserma individuata dalle autorità come area di prima accoglienza. L'edificio è diroccato e manca acqua potabile. (RSI/Gianfranco Fozzi)

Il paese non è pronto a reggere da solo l’aumento del flusso che ci sarà nei prossimi mesi”, ci spiega nel suo ufficio di Tirana la rappresentante dell’Alto commissariato ONU per i rifugiati in Albania Marie-Helene Verney. “Le Nazioni Unite possono fare la loro parte, ma in Albania mancano ancora strutture e personale adatti”.

Intanto nei palazzi del potere è un viavai di riunioni d’emergenza. L’Europa è preoccupata, teme la rotta adriatica che dall’Albania porta all’Italia, e solo un confine più in là anche alla Svizzera.

Il ministro degli interni albanese è da giorni in stretto contatto con i colleghi greci e italiani
Il ministro degli interni albanese è da giorni in stretto contatto con i colleghi greci e italiani (RSI/Gianfranco Fozzi)

Incontriamo il ministro degli interni albanese Saimir Tahiri, da settimane in stretto contatto con la Commissione europea e con i colleghi greci e italiani. Nel suo ufficio, tra bandiere dell’Albania e mappamondi, ci spiega: “Siamo pronti per un’emergenza delle prime ore”, ci dice, “ma se i numeri aumenteranno avremo bisogno dell’Unione Europea. Abbiamo chiesto l’aiuto dei nostri partner, soprattutto all’Italia, per avere un maggior controllo dei nostri confini. Dobbiamo trovare per un problema europeo una soluzione europea.”

dall'Albania, Jonas Marti

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