La rabbia contro l’élite libanese

La deflagrazione che ha sventrato il porto di Beirut e ucciso oltre 160 persone si è trasformata in un’altra rivolta contro le istituzioni

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Le proteste della popolazione libanese non si placano a Beirut. Dopo lo shock della doppia esplosione che ha sventrato la capitale lo scorso 4 agosto, uccidendo più di 160 persone, ferendone migliaia e lasciandone altrettante senza casa, c’è solo rabbia e frustrazione nei confronti della classe politica attuale.

Quel “tragico martedì” infatti ha portato alla luce, ancora una volta, il marcio che si nascondeva dietro l’élite libanese. La rivolta che è in atto in questi giorni si potrebbe descrivere anche come una vera e propria rivoluzione con un chiaro obiettivo: l’abbattimento di un regime corrotto.

Una “guerriglia urbana”, così la definiscono i media locali. Migliaia di manifestanti hanno preso il controllo del centro della città e hanno occupato diversi palazzi istituzionali. Il bilancio degli scontri è di 728 feriti, secondo quanto riporta l’emittente araba al Jazeera. Nei disordini è morto un agente delle forze di polizia.

Ma il Paese non è nuovo agli scontri violenti tra dimostranti e forze dell’ordine. Le proteste verso l’attuale Governo sono iniziate lo scorso 17 ottobre e si sono rinforzate nel corso dei mesi fino all’arrivo del coronavirus. Il popolo accusava l’Esecutivo di aver trascinato il Libano nella peggiore crisi economica degli ultimi decenni. Un tentativo di ribaltare la situazione che però non aveva avuto successo.

 

Una storia che si ripete

"I gravi problemi esistevano da decenni", spiega Antonio Ferrari, giornalista del Corriere della Sera e esperto di Medio Oriente. "È chiaro che la corruzione era ed è imperante. Beirut è stata ricostruita pensando all’edilizia e al terziario. Cibo abbigliamento e generi di prima necessità tutti di importazione".

Il malcontento e la sfiducia nei confronti del Governo libanese non si limitano però al popolo libanese. Durante la video conferenza di domenica, sostenuta dall’ONU, 30 Paesi hanno deciso di stanziare 250 milioni di euro in aiuto al Libano ma “bisogna agire velocemente e con efficacia affinché l’aiuto vada direttamente alla popolazione”, e non al Governo. A sostenerlo il presidente francese Emmanuel Macron. Sulla stessa linea anche la Svizzera che contribuirà con 4 milioni di franchi.

Intanto i messaggi dei libanesi sono chiari. Nei cartelloni dei manifestanti si legge: "Il mio governo ha ucciso il mio popolo", "Eravate corrotti, siete diventati assassini", dice su un altro. "Siete seduti comodamente al vostro posto? La storia ricorderà che il vostro mandato è stato un mandato tragico".

Secondo Antonio Ferrari "qualche testa salterà" ma, se lo augura "senza intaccare gli equilibri che, come diceva Papa Giovanni Paolo II, sono non solo la ricchezza, ma il messaggio di convivenza che il Libano manda al mondo".

Gis
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