Grandi nomi che hanno fatto la storia della moda nel mondo. Con la scomparsa, lunedì, di Valentino e quella di Giorgio Armani lo scorso settembre 2025, il settore sta vivendo un momento di profonda transizione, la chiusura di un’epoca fatta di creatività visionaria e di unicità sembra sempre più vicina. Che cosa resta della generazione dei giganti della moda e che eredità lasciano? Prima Ora della RSI lo ha chiesto alla storica della moda Sofia Gnoli.
Per che cosa Valentino sarà ricordato nella storia della moda?
“Mi viene in mente il titolo del docufilm su di lui. Valentino sarà ricordato come l’ultimo imperatore della moda, come l’ultimo grande couturier. Perché Valentino non è stato uno stilista, è stato un vero e proprio couturier, è stato un grandissimo sarto. Valentino non si forma a Milano negli anni ‘70 insieme ad Armani, Ferrè, Versace, et cetera. Valentino si forma molto prima e si forma a Parigi. Quindi lui è legato alla haute couture, ai grandi saloni ovattati della couture parigina. Era quello il suo mito fin da quando era bambino: lavorare nella moda, lavorare con la bellezza, lavorare con la sartorialità. Era di Voghera. Gli studi non procedevano così bene, però lui fin da ragazzino aveva sempre questo sogno della moda. Sogno della couture, quindi della moda nella sua espressione più sofisticata, più raffinata, legata proprio alla manualità, legata ai pezzi unici dell’alta moda. Valentino nasce nell’alta moda, all’opposto di Armani l’altro grande fashion designer che nasce invece in un mondo completamente diverso, nasce nel prêt-à-porter milanese. Quindi sono stati due grandi della moda italiana ma con due formazioni, due caratteri, due visioni della moda completamente diverse”.
Oggi l’aspetto sartoriale ha un ruolo meno rilevante secondo lei?
“Io credo che invece oggi il sartoriale sta molto tornando. Il sartoriale è importantissimo. Valentino ha insegnato a fare belle le donne e fare belle le donne è una cosa meravigliosa. Trovo che il sartoriale, la couture, l’haute couture abbia ancora una grande attualità, non solo nelle passerelle, ma anche una couture che potrebbe essere magari non così haute, anche una couture più alla portata di tutti: l’abito fatto dalla sarta, il pezzo unico. Sarò demodè ma io trovo che oggi il pezzo unico sia ancora molto importante”.
L’ultima collezione di Valentino risale al 2008 e da allora il marchio è stato affidato ai direttori creativi. Lei nel suo libro ha affrontato proprio il tema dell’eredità creativa nel mondo della moda. Che cosa è successo al marchio Valentino con questo passaggio di consegna?
“Diciamo che i vari direttori creativi che si sono succeduti al signor Valentino (ricordiamo un brevissimo periodo di Facchinetti, poi Pierpaolo Piccioli, prima insieme a Maria Grazia Chiuri e poi da solo, e successivamente Alessandro Michele, hanno tutti quanti cercato di rileggere la cosiddetta heritage, il patrimonio culturale di Valentino. Ognuno con la propria sensibilità. Senz’altro tutti quanti in maniera molto diversa uno dall’altra. Perché diverso era lo stile di quando Valentino era riletto insieme da Maria Grazia Chiuri e Piccioli, diverso il Valentino solo di Piccioli. E adesso abbiamo il Valentino di Alessandro Michele. Anche quello è molto interessante perché vediamo che in questo si fondono due grandi personalità: quella di Valentino con il suo anelito alla raffinatezza, all’eleganza, al far belle le donne, che si fonde con lo stile unico, amante del vintage, di Alessandro. Michele”.
Per come si è evoluto il mondo della moda, che è sempre più globalizzato, oggi potrebbe nascere un altro nome, con la stessa aura di Valentino ma anche di Armani. Insomma dei grandi stilisti, dei grandi nomi?
“Perché no? Certo che potrebbe nascere, anzi speriamo che sia già nato”.











