Terroristi considerati come degli eroi
Terroristi considerati come degli eroi (Jonas Marti)

La rabbia di Okmeydani

Mancano due mesi alle elezioni turche - Reportage dal quartiere dei "terroristi" alla periferia di Istanbul

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Okmeydanı. Qui, ogni muro che costeggia le strade è marchiato con lo spray da un continuo intreccio di sigle. Tra le più conosciute c’è il PKK, il Partito dei lavoratori curdi, e il Dhkp-C, il gruppo di estrema sinistra responsabile degli attentati dell’ultima settimana di marzo a Istanbul. Tutte le sigle rispondono a movimenti inseriti dal governo turco nella lista delle organizzazioni terroristiche.

È da Okmeydanı che provenivano due dei tre membri del commando che il 31 marzo ha preso in ostaggio il procuratore nel Palazzo di Giustizia di Istanbul. Qui quelli che il mondo intero ha definito terroristi sono considerati eroi e su un palazzo sventola un grande manifesto che ricorda i loro nomi.

In questo quartiere operaio sulle colline di Istanbul – 300mila persone registrate e altrettante che non lo sono – la polizia preferisce non entrare. La si vede solo qualche volta all'anno. L'ultima è stata venerdì 3 aprile. In una vasta operazione le forze dell'ordine hanno arrestato una trentina di persone. «Succede a cadenze regolari, due tre volte all’anno qui ci sono operazioni di polizia. Arrivano e arrestano decine di persone accusate di appartenere ad organizzazioni terroristiche», racconta Hikmet, 31 anni, avvocato e attivista.

La statua di Mustafa Kemal Atatürk, il fondatore della Turchia moderna. “Non abbiate paura di dire la verità”, dice la scritta.
La statua di Mustafa Kemal Atatürk, il fondatore della Turchia moderna. “Non abbiate paura di dire la verità”, dice la scritta. (Jonas Marti)

A Okmeydanı vive una numerosa comunità di curdi e aleviti. Il rapporto con il governo turco è sempre stato conflittuale: per decenni le due minoranze sono state represse e ancora oggi rivendicano maggiore autonomia e libertà di espressione.  Appeso a una finestra uno striscione rosso recita «Ci difenderemo dal terrorismo della polizia e dalle provocazioni dell’AKP», il partito di governo.

Continua Hikmet: «Okmeydanı è fortemente politicizzata. Tra gli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo, in seguito ai bombardamenti dei villaggi curdi nel Kurdistan, dopo ogni ondata di immigrazione il quartiere è diventato man mano sempre più politicizzato e orientato a sinistra

Gli eroi sui muri

«Ci difenderemo dal terrorismo della polizia e dalle provocazioni dell’AKP»
«Ci difenderemo dal terrorismo della polizia e dalle provocazioni dell’AKP» (Jonas Marti)

«È stata una protesta, non un atto terroristico». Deniz, 23 anni, è seduta a un tavolino fuori dal bar. Poco distante degli altoparlanti appoggiati per terra diffondono per la piazza canti di resistenza curdi. Per questa studentessa di scienze politiche il sequestro e l’uccisione del magistrato non sono stati un atto terroristico, ma un atto legittimo di protesta.

Il procuratore stava indagando sull'uccisione di Berkin Elvan, il 14enne colpito alla testa da una capsula di gas lacrimogeno durante le manifestazioni di piazza del 2013. «Sono passati ormai due anni e nessuno ha ancora trovato il poliziotto che lo ha ucciso. Il governo non vuole punirlo. Non c’è giustizia in Turchia. E se lo Stato non compie giustizia, i cittadini devono farsela da soli». Per Deniz, che ha partecipato alle proteste di Gezi Park due anni fa, rimane però un interrogativo. «Non capisco solo perché se la siano presi con un magistrato. Lui è una pedina nel grande gioco. Tanto valeva cercare di uccidere il presidente...» Parole forti che ben attestano il clima da barricata che c'è a Okmeydanı.

 

 
Il volto di Berkin Elvan, il 14enne ucciso dalla polizia, è ovunque. «Non è stato Dio a portare via mio figlio», disse la madre, «ma Erdogan».
Il volto di Berkin Elvan, il 14enne ucciso dalla polizia, è ovunque. «Non è stato Dio a portare via mio figlio», disse la madre, «ma Erdogan». (Jonas Marti)

 

«Quando sei oppresso può succedere di tutto»

«Il problema in Turchia è che molte questioni sono ancora aperte. Quella curda ad esempio. Quattro mesi fa la polizia ha ucciso quattro bambini in Kurdistan. È ancora come venti anni fa, quando picchiavano mia madre perché non parlava turco», racconta Aran, un curdo 33enne di Diyarbakır arrivato a Istanbul una decina di anni fa per cercare fortuna.

Fondato nel 1978 con il nome di Sinistra rivoluzionaria, il Dhkp-C è un movimento di ispirazione marxista-leninista. Nel 1994 ha preso l'attuale nome di Fronte-Partito di liberazione del popolo rivoluzionario. Dagli anni '70 a oggi il gruppo ha compiuto e rivendicato diversi omicidi e attentati.
Fondato nel 1978 con il nome di Sinistra rivoluzionaria, il Dhkp-C è un movimento di ispirazione marxista-leninista. Nel 1994 ha preso l'attuale nome di Fronte-Partito di liberazione del popolo rivoluzionario. Dagli anni '70 a oggi il gruppo ha compiuto e rivendicato diversi omicidi e attentati. (Jonas Marti)

Mentre aspetta clienti seduto dietro il bancone nel suo salone di barbiere ci mostra un video su YouTube: risale a due anni fa e si vede un poliziotto che piega violentemente il braccio a un ragazzo. «Gli ha spezzato il braccio. Ma grazie a queste immagini, poi, alcuni militanti del PKK sono riusciti a rintracciarlo e lo hanno ucciso. È normale: quando sei  oppresso può succedere di tutto. Ma non solo noi curdi siamo contro il governo, tutti lo sono. Io guadagno 1200 lire al mese (450 franchi, n.d.r.), ne spendo 600 per l’appartamento e il resto va via per il riscaldamento e altre spese. E intanto il nostro presidente Erdoğan l’anno scorso ha costruito un palazzo di 1200 stanze…».

I curdi turchi accusano il governo di Ankara di non aver sostenuto i curdi siriani nella battaglia di Kobane contro lo Stato islamico.
I curdi turchi accusano il governo di Ankara di non aver sostenuto i curdi siriani nella battaglia di Kobane contro lo Stato islamico. (Jonas Marti)

«No, non mi sono mai sentita una cittadina turca» risponde Pervin, 49 anni. «La protesta al Palazzo di Giustizia è stata un singolo evento,e bisogna vedere le cose nella loro giusta prospettiva. Io sono alevita, sono curda. È da trent'anni che combattiamo per difendere la nostra identità, abbiamo sofferto tanto». Sulla giacca indossa una spilla dell'HDP, il Partito democratico dei popoli, movimento filo-curdo e di sinistra che nelle presidenziali dello scorso agosto ha raggiunto quasi il 10% e che alle politiche di giungo punta a entrare in parlamento. «Mi sono molto arrabbiata quando la televisione ha chiamato terroristi questi ragazzi che hanno preso in ostaggio il magistrato. Non sono terroristi ma sono dissidenti che combattono contro il sistema».

«La lotta armata è l'unica possibile»

Il centro culturale
Il centro culturale (Jonas Marti)

Ali ha 29 anni ed è il coordinatore del centro culturale Okmeydanı Halkevi. Ci accoglie mentre sorseggia del tè seduto fuori dall'edificio. «In Turchia purtroppo non c’è spazio per proteste democratiche e pacifiche perché è uno Stato fascista. Se protesti ti sparano o ti arrestano. La lotta armata è necessaria, è l’unica possibile. Oggi non si parlerebbe curdo in Kurdistan se il PKK non avesse combattuto per decenni, con le armi. Oggi i curdi sarebbero stati uccisi e assimilati tutti.»

 

Il centro culturale Okmeydanı Halkevi organizza dibattiti e conferenze, promuove attività culturali e stampa volantini di protesta. Ieri, domenica 12 aprile, era in programma una grande manifestazione ad Ankara contro il governo, alla quale ha preso parte pure Ali.

«Il nostro paese ha bisogno di giustizia. Giustizia per le minoranze, giustizia per i lavoratori. L'anno scorso in una miniera sono morte quasi 300 persone a causa delle politiche di privatizzazione promosse dal governo. Ogni volta che succede qualcosa di scomodo il governo censura i media. Twitter è stato bloccato spesso negli scorsi mesi. E Erdoğan ha appena dato più poteri alla polizia per reprimere le proteste. Dobbiamo fare qualcosa...»

Giro di vite sulla sicurezza

Sabato 4 aprile 2015, il presidente turco ha firmato la contestata legge sulla sicurezza approvata dal Parlamento il 28 marzo. La legge dà più potere alla polizia che ora sarà autorizzata ad usare le armi da fuoco per disperdere le manifestazioni. La legge è stata approvata con una larga maggioranza, ma l'opposizione ha detto che farà appello alla Corte suprema per ottenerne l'annullamento.

Il voto del 7 giugno

Le bandiere dell'HDP
Le bandiere dell'HDP (Jonas Marti)

Mentre parliamo un furgoncino tappezzato di bandiere colorate passa per la strada e diffonde una canzone. «È il Partito democratico dei popoli che è già in campagna elettorale», dice Ali. «Qui quasi tutti voteranno per questo movimento».

L’HDP, il Partito democratico dei popoli, è nato due anni fa ed è espressione dei movimenti di sinistra e della cosiddetta “generazione di Gezi”, scaturita dalle proteste antigovernative del 2013.

Il 7 giugno parteciperà per la prima volta alle elezioni politiche per rinnovare i 550 seggi del parlamento. Secondo i sondaggi pubblicati la settimana scorsa dal quotidiano Cumhuriyet il partito potrebbe superare la soglia di sbarramento fissata al 10%, la più alta dei paesi OCSE, che di fatto esclude dall’arco parlamentare le minoranze.

«Il governo ha paura dell’HDP», spiega Ali. «Se dovessimo riuscire a entrare in parlamento, il partito di governo perderebbe numerosi seggi». E avrebbe difficoltà a raggiungere la maggioranza per compiere la riforma presidenzialista. «Il 7 giugno voterò per l’HDP. Dobbiamo impedire a Erdoğan di prendersi tutto».

Jonas Marti

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