Buon viaggio, si legge sul cartello per chi si dirige a piedi verso gli Stati Uniti. Per moltissimi migranti invece questo viaggio è durissimo, costretti ad affidarsi ai trafficanti di esseri umani
Buon viaggio, si legge sul cartello per chi si dirige a piedi verso gli Stati Uniti. Per moltissimi migranti invece questo viaggio è durissimo, costretti ad affidarsi ai trafficanti di esseri umani (©RSI - Emiliano Bos)

Nell'ex capitale dei narcos

Ciudad Juarez, una delle città più violente del mondo a un soffio dal sogno americano

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La Calle 16 de Septiembre sfiora la Cattedrale, un leggero saliscendi ti catapulta subito nella periferia nord-orientale. Quasi deserta. Poche persone in giro. Case fatiscenti ai lati della strada. Negozi abbandonati di chi in questi anni non ha resistito e se n’è andato. Ma anche un piccolo supermercato nuovo. Qualche segno – timido – di ripresa. Difficile scrollarsi di dosso l’etichetta di città più violenta del mondo.

La signora Estrela vive in questa casa con 2 figlie e sei nipoti, dice che ora in città si vive meglio e c'è meno violenza
La signora Estrela vive in questa casa con 2 figlie e sei nipoti, dice che ora in città si vive meglio e c'è meno violenza (©RSI-Emiliano Bos)

Non bastano le foto di Papa Francesco appese ovunque in occasione della sua storica visita. Le statistiche hanno fatto scendere Ciudad Juarez dal podio di luogo più pericoloso del pianeta. Ma qui – mi ricorda l’attivista Blanca Navarette – si verificano ancora trenta omicidi al mese. Qui si registrano nuovi casi di donne “desaparecide”, continuamente. Spariscono nel nulla, accade da anni. Qui spariscono anche i migranti che arrivano sperando di riuscire a superare un confine militarizzato. Sembra una contraddizione: questa città si chiamava “El Paso Norte”, quel passaggio a Nord verso il Texas. “El Paso” è rimasto solo il nome della parte “americana” della città. Ma soprattutto, per molti questo passaggio è impossibile. Per quasi due secoli questo è stato l’unico passaggio via terra tra i due paesi. Oggi è una frontiera militarizzata, ma droga e trafficanti umani trovano spazi in cui infilarsi sfuggendo alla sorveglianza americana.

 

Percorrendo a piedi il ponte Santa Fé ci si accorge delle barriere su entrambi i lati. “Posso andare per un giorno o due ma poi devo rientrare in Messico, non posso fermarmi dai miei parenti a dormire”, mi racconta Juan Antonio, giovane cuoco messicano che – come tutti, qui – ha legami dall’altra parte del fiume. Essendo cittadino messicano non può muoversi liberamente in territorio statunitense. “Berlin Wall” - “muro di Berlino” - si legge guardando in basso a metà del ponte, sopra gli argini del Rio Grande, il fiume che separa i due paesi. E soprattutto sbarra la strada a migliaia di migranti in arrivo dal Messico e in fuga dalla violenza.

In paesi come San Salvador, Honduras e Guatemala, scappare a nord spesso non è un’opzione. È l’unica scelta. Ma qui il viaggio si interrompe. Il “passo” – El Paso – si ferma. Anzi. Per alcuni è il punto di arrivo di un percorso a ritroso. Sono i “deportados”, immigrati illegali che vengono sistematicamente espulsi e riportati da questa parte della frontiera. Anche dopo anni trascorsi a lavorare negli Stati Uniti. “Però adesso qui si vive meglio” mi dice nonna Estrela, 6 nipoti e una casetta in muratura abbarbicata sopra un contrafforte sabbioso nel quartiere “Felipe Angeles”.

La violenza non c’è più, è rimasta la povertà.

Emiliano Bos

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