Abdelaziz Alhamza
Abdelaziz Alhamza (rsi)

"Non ho visto milizie buone"

Intervista all'attivista Abdelaziz Alhamza, che racconta le atrocità subite dalla popolazione di Raqqa anche dopo la sconfitta dell'IS

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La Siria è stata liberata dallo Stato islamico. Ma nelle zone che erano state occupate dai fanatici dell’IS la popolazione non è stata liberata dalle atrocità e dalle sofferenze. Al posto dei jihadisti sono subentrate delle milizie che stanno mostrando ben poco rispetto nei confronti degli abitanti rimasti. È quanto ci ha raccontato Abdelaziz Alhamza, uno dei più celebri attivisti siriani, che ha mostrato al mondo intero com’era la vita a Raqqa, sotto lo Stato islamico. È stato uno dei fondatori del gruppo “Raqqa is beign slaughtered silently”, che attraverso il web ha diffuso testimonianze raccolte di nascosto nei territori finiti sotto il controllo dell’ISIS.

L’intervista è di Pierre Ograbek.

Abdelaziz Alhamza attualmente il vostro gruppo di informazione e denuncia è ancora attivo oppure tutto si è risolto a Raqqa dopo la sconfitta dell’IS?

Stiamo ancora lavorando ed operando in tutta la Siria, non soltanto a Raqqa. Quando abbiamo iniziato abbiamo deciso che non ci saremmo fermati fino a quando non ci sarebbe stata una Siria libera. Ora nella nostra città c’è una milizia che controlla la situazione violando i diritti umani e commettendo delle atrocità contro i civili. È nostra responsabilità diffondere queste notizie e queste sofferenze provocate dalle nuove milizie. Intanto però l’IS ha ancora alcuni agenti che hanno perpetrato assassinii e rapimenti all’interno della città. È pure importante da far sapere. Noi siamo ancora attivi, abbiamo ancora la nostra squadra. Portiamo avanti più attività contemporaneamente in tutto quanto il paese. La nostra missione principale rimane la diffusione di notizie, visto che abbiamo dei buoni legami con i media internazionali. Possiamo essere la voce dei siriani che non ce l’hanno.

Scene di vita quotidiana a Raqqa
Scene di vita quotidiana a Raqqa (reuters)

Quindi dobbiamo concludere che per Raqqa non c’è stato un grande cambiamento, nonostante la partenza dell’IS?

Sì. Dopo che l’IS è stato sconfitto c’è stato una sorta di cambiamento. Però la città è stata distrutta nella misura del 70-80 percento. Ora è una città completamente diversa. La gente non può tornare a casa, non ha un posto dove andare. Non ci sono quasi più servizi. Delle atrocità vengono commesse su base quotidiana. L’IS ha lasciato dietro di sé mine ovunque, in città. Decine di civili rimangono uccisi ogni giorno a causa di queste mine. La gente combatte per riavere una propria vita. Ma è così complicato! E non c’è praticamente segno di persone, organizzazioni o governo che stiano davvero cercando di aiutare i siriani, la gente di Raqqa.

Non c’è nessuno che gestisce la situazione e che ha avviato la ricostruzione di Raqqa?

No, non ci sono dei veri segnali di gente che tenta per davvero di ricostruire la città. Ci sono persone che singolarmente, con i propri soldi, cercano di ricostruire quanto è stato distrutto. La maggioranza delle persone però non ha denaro per finanziare la ricostruzione delle loro case distrutte ed iniziare una nuova vita. È alquanto complicato. Ci sono un paio di iniziative legate a delle organizzazioni locali che tentano di promuovere qualcosa. Ma è così duro e complicato per loro! Non vedono alcun sostegno dalla comunità internazionale…

Miliziani delle SDF celebrano il primo anno dalla liberazione di Raqqa
Miliziani delle SDF celebrano il primo anno dalla liberazione di Raqqa (reuters)

Ma chi sono queste milizie che controllano la città?

Le milizie si chiamano SDF: sono le Forze democratiche siriane. Hanno ricevuto il sostegno della Comunità internazionale (principalmente dagli Stati Uniti) per sconfiggere l’IS. Non si tratta di milizie locali, non sono di Raqqa. Vengono da altre parti del paese. Hanno ricevuto sostegno e soldi soltanto per combattere. Non essendo del posto non si prendono abbastanza cura della città. Commettono atrocità, violano i diritti umani, arrestano gente, obbligano ad arruolarsi e a combattere con loro. Reclutano anche dei bambini. Bruciano case, stabiliscono nuove regole per controllare la vita dei civili, picchiano, fissano gli orari in cui si può uscire di casa e quando non si può. Rendono la vita sempre più dura. Per fortuna i civili hanno avuto la fortuna di sopravvivere all’IS e cercano di crearsi una nuova vita. Ora si trovano di fronte a queste milizie che obbligano dei minorenni ad arruolarsi (alcuni di loro hanno 13-14 anni) per combattere contro l’IS o altri gruppi. La maggior parte dei siriani cerca di starsene lontana dalle milizie. Coloro che sono riusciti ad evitare l’arruolamento nell’esercito del regime ora non possono evitare di farlo con queste milizie che reclutano e obbligano la gente ad unirsi a loro in qualsiasi momento.

Per i media internazionali però si tratta di milizie che sono riuscite a scacciare l’IS dalla Siria. Quindi per questo si sono guadagnate un’immagine piuttosto positiva…

Le fake news sono state un tema importante, non solo in Medio Oriente ma anche nell’Occidente. I media guardano ai fatti come vogliono. Ci sono stati alcuni rapporti di Human Rights Watch, delle Nazioni Unite, di Amnesty, di diverse organizzazioni per i diritti umani, in merito alle atrocità commesse dalle SDF. Ma per i media e per la Comunità internazionale la principale preoccupazione è l’IS. Non si preoccupano dei civili, della Siria, degli edifici, della vita della gente. La cosa importante è sconfiggere l’IS, senza preoccuparsi di come riuscirvi. La coalizione internazionale è coinvolta nella morte di migliaia di siriani. Direi che negli ultimi 2 anni il numero di siriani uccisi dalla coalizione è molto più elevato di quelli uccisi dall’IS. È importante sottolineare come la coalizione sia coinvolta nei crimini. Ci sono rapporti recenti sui bombardamenti della coalizione internazionale ai danni di moschee, scuole o altri obiettivi civili. Loro preferiscono non diffonderli pubblicamente. Cercano di controllare i media in un modo o nell’altro, focalizzandosi di più sulla sconfitta dell’IS, dimenticando altre cose.

Quindi sostanzialmente, secondo lei, le Forze democratiche siriane sono essenzialmente delle bande criminali, senza un vero piano politico?

Sono uno strumento che gli americani e la coalizione internazionale utilizzano per raggiungere i propri obiettivi e sconfiggere semplicemente l’IS. È quanto abbiamo visto. Io (in quanto siriano testimone di ciò che hanno fatto tutti i gruppi coinvolti) finora non ho visto milizie buone in Siria. Avevo la speranza che ce ne fosse una qualcuna, ma si sono rivelate essere cattive quanto le altre. Come cittadino di Raqqa speravo che sarebbe spuntato un gruppo in grado di prendersi cura della gente della mia città. Ma sfortunatamente abbiamo un gruppo che rappresenta una sofferenza, è una tortura per i civili. Quindi lei non ha nessuna speranza per ora, per la sua regione? Ho sempre avuto speranza per Raqqa e per la Siria. Per questo continuiamo con la nostra lotta. Il nostro gruppo è ancora operativo. È molto importante informare il mondo. E crediamo che come Bashar al Assad è stato sconfitto a Raqqa anche le SDF ed altri gruppi in tutta la Siria possono essere sconfitti. Per le rivoluzioni e le guerre occorrono 20-30 anni finché non si raggiungono gli obiettivi fissati. Quando guardo altri paesi, come la Germania prima della seconda guerra mondiale e ora, rimango ottimista: il cambiamento può arrivare, forse non oggi o domani. Ma probabilmente in futuro.

Lei si è rifugiato negli Stati Uniti ora. Riceve ancora minacce di morte, si sente ancora in pericolo?

A causa del mio lavoro, se lei mi intervistasse tra un anno vedrà che avrò cambiato nuovamente luogo di residenza. Devo continuare a spostarmi da un paese all’altro, per questioni di sicurezza. È uno dei modi per proteggere noi stessi e i nostri dati. Negli ultimi anni lei ha ripetuto che l’IS non va combattuto solo con le bombe ma anche su internet. Cosa intende concretamente? Noi crediamo che l’IS non sia soltanto una milizia, un gruppo militare. È una ideologia. E non la si può combattere con le bombe, con attacchi aerei. Non la si può uccidere con mezzi militari. Crediamo che il modo migliore per lottare contro questa ideologia sia di rimpiazzarla, di combattere con un’altra idea. Facciamo capo alle parole e ai pensieri quali forti strumenti per combattere l’IS. Parliamo delle loro atrocità per mostrare come hanno trattato la gente, per mostrare che non rappresentano l’Islam e i musulmani. Mostriamo che il 95 percento delle loro vittime sono musulmani. Lottiamo contro il loro apparato online di reclutamento. Sappiamo che il nostro lavoro è importante perché poi l’IS è venuta ad uccidere nostri colleghi, amici, parenti. Siamo stati minacciati. Hanno tentato di attaccare il nostro sito web. Eravamo sulla loro lista nera. Hanno diffuso i nostri nomi. Sappiamo di avere avuto un impatto su di loro, ma senza un aereo da guerra, senza un’arma… soltanto le nostre parole.

 
Pierre Ograbek
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