23 maggio 1992 Il luogo dell'attentato contro Giovanni Falcone,sua moglie e gli agenti della scorta (keystone)

Quando la mafia dichiarò guerra allo Stato

Trent'anni fa gli attentati stragisti contro i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Oggi la lotta alla criminalità organizzata prosegue: pandemia e guerra sono i nuovi "affari"

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“Il cartello di Capaci, un lampo… poi più nulla”. Così l’autista giudiziario Giuseppe Costanza ricorda le ultime immagini che passarono davanti ai suoi occhi quel maledetto 23 maggio 1992. Era seduto alle spalle di Giovanni Falcone e della moglie (anche lei magistrato) Francesca Morvillo. Viaggiavano su una Fiat Croma bianca, blindata, sulla A29, in direzione di Palermo. Tutti noi, invece, abbiamo visto le immagini del dopo, quelle che fecero il giro del mondo. Oggi, a distanza di trent’anni il senso di sgomento, l’orrore, la rabbia, rimangono gli stessi.

I magistrati antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
I magistrati antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Falcone, il magistrato che sfidò cosa nostra

Le inchieste di Giovanni Falcone cambiarono la storia (non solo quella italiana) della lotta contro la criminalità organizzata mafiosa: ricostruì la struttura militare e verticistica della mafia, riuscì a convincere boss come Tommaso Buscetta a diventare collaboratori di giustizia, individuò esecutori e mandanti della grande mattanza di Palermo, svelò le relazioni tra cosa nostra e il potere politico, portò alla luce i flussi finanziari della criminalità organizzata anche verso la Svizzera. Già nel 1983 avvertiva il collega ticinese Paolo Bernasconi: "Caro Paolo, dopo i soldi della mafia arriveranno in Svizzera anche i mafiosi".

Falcone, con il collega Paolo Borsellino e gli altri componenti del pool di Antonino Caponnetto, istruì il maxiprocesso e mandò a giudizio un esercito di 474 imputati.

Guarda la videointervista a Giovanni Falcone al TG del 23 ottobre 1990: "La mafia avrà anch'essa una sua fine"

La strage di Capaci, 23 maggio 1992

Il 23 maggio 1992 è un sabato. Il cielo è grigio, fa caldo. Giovanni Falcone, il magistrato che ha osato sfidare la mafia, arriva con un volo (i dettagli dei suoi movimenti sarebbero dovuti restare segreti) all’aeroporto siciliano di Punta Raisi. Ad attenderlo la sua scorta, con tre auto blindate. Sono le 17.30. Falcone sale sulla Croma bianca e si mette alla guida, come fa spesso. La moglie, Francesca Morvillo, si siede al posto del passeggero. L’autista giudiziario Giuseppe Costanza sul sedile posteriore. L’auto viaggia al centro del convoglio, sull’autostrada A29 che dall'aeroporto conduce a Palermo, quando, vicino allo svincolo di Capaci, Falcone, soprappensiero, sfila dall’accensione il mazzo di chiavi per consegnarlo a Costanza e sostituirlo con il suo. La Croma bianca rallenta.

Sono le 17.58, il mafioso Giovanni Brusca, piazzato sulla collinetta che domina Capaci, ha premuto il telecomando e fatto detonare 500 chili di tritolo, nascosti sotto l’autostrada dai sicari di cosa nostra. L’asfalto si solleva come uno tsunami e l’esplosione apre un cratere profondo quattro metri e largo quasi altrettanto. I tre agenti sull’ultima auto (quella azzurra), Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello, sono investiti dall’onda d’urto e di calore. Riescono a uscire, feriti. Davanti a loro la Croma bianca, accartocciata. Falcone e Francesca Morvillo respirano ancora, ma moriranno poco più tardi. Si salverà solo l’agente Costanza, forse proprio grazie a quel cambio di chiavi che ha “ingannato” Brusca. La Croma marrone in testa al convoglio non si vede più…ma non perché sia riuscita a passare. L’esplosione l’ha scagliata a 60 metri di distanza. Gli agenti di polizia Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo sono morti sul colpo.

L'attentato di Capaci fu compiuto impiegando 500 kg di tritolo, nascosti sotto l'autostrada
L'attentato di Capaci fu compiuto impiegando 500 kg di tritolo, nascosti sotto l'autostrada (keystone)

 

I sopravvissuti, i soccorritori e gli investigatori che arrivano in seguito si muovono sotto shock, come in una zona di guerra dopo un bombardamento. Le automobili coperte da pietre e detriti. Le immagini di quell’inferno fanno il giro del mondo e mostrano fino a che punto può spingersi la mafia.

Cosa nostra ha dichiarato guerra allo Stato italiano. E lo ha fatto colpendo il magistrato più in vista e in prima fila nella lotta alla mafia, mettendo in atto quello che i boss chiamarono "l'attentatuni", per chiudere i conti con l'uomo che impersona il simbolo dell’Italia onesta, che non si piega al ricatto e alla violenza mafiosa.

Il tratto dell'autostrada A29, vicino a Capaci, divelto dall'esplosione. Rimasero ferite anche altre persone che stavano transitando in quel momento
Il tratto dell'autostrada A29, vicino a Capaci, divelto dall'esplosione. Rimasero ferite anche altre persone che stavano transitando in quel momento (keystone)

Una lunga scia di sangue

Prima di Falcone, la mafia aveva ucciso, tra gli altri, magistrati, giornalisti, investigatori, il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella (fratello dell’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella), il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, il segretario regionale del Partito Comunista Italiano Pio La Torre (promotore della legge che solo dopo la sua morte verrà approvata: codificherà il reato di associazione mafiosa e introdurrà il sequestro e la confisca dei beni).

 

Il maxi processo e la stagione delle stragi

Il maxi processo è la risposta più forte e più emblematica dello Stato italiano e la sentenza del 30 gennaio 1992 inchioda i vertici di cosa nostra. La mafia reagisce dando poi il via alla stagione delle stragi. Il primo segnale è l'assassinio di Salvo Lima, il 12 marzo 1992: il proconsole andreottiano in Sicilia. L’uomo che, secondo la magistratura, era uno dei referenti politici della mafia, viene eliminato perché non sarebbe stato in grado di condizionare l'esito del maxiprocesso. Dopo la sua morte viene messa fuori gioco la candidatura (forte fino a quel momento) del democristiano Giulio Andreotti a presidente della Repubblica.

Il “corvo” e i nemici di Falcone, anche tra i magistrati

Quando viene organizzato l'attentato di Capaci, Falcone è direttore degli affari penali del ministero della Giustizia: un posto-chiave dal quale vengono promosse le linee dei più importanti provvedimenti antimafia. È anche l'ideatore della DNA, la direzione nazionale antimafia, nella quale, però, non arriverà mai, fermato dal clima ostile che lo circonda sin da quando ha cominciato a combattere la mafia ("Rovina l'economia", si dice in procura generale). Il suo itinerario è contrassegnato da grandi risultati giudiziari, ma troverà nemici anche tra gli stessi magistrati e tra i politici, che gli sbarreranno il passo e gli impediranno di arrivare ai vertici della magistratura, impedendogli così di rendere la sua azione più incisiva e di mettere fuori gioco i fiancheggiatori dei mafiosi.

Falcone viene infangato anche dalle lettere del "corvo", che lo accusa di avere protetto le sanguinose vendette del mafioso Totuccio Contorno, e nel giugno 1989 sfugge a un attentato dai contorni ancora oscuri: una potente carica di esplosivo viene piazzata (e per fortuna scoperta) sulla scogliera della villa dell'Addaura, dove trascorre l'estate. In quel momento nella villa erano presenti anche due magistrati ticinesi, Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, che stavano indagando, insieme al magistrato italiano, sul riciclaggio di denaro delle mafie in Svizzera. La collaborazione tra gli inquirenti siciliani e ticinesi (tra cui anche Paolo Bernasconi) durava da anni, dall'epoca dell'indagine denominata "pizza connection" sul traffico di droga tra Italia e Stati Uniti.

Erano "menti raffinatissime" - così le chiamerà - quelle che avevano preparato l'attentato. I suoi nemici nelle istituzioni, intanto, non hanno vergogna a dire che è stato lui a organizzare una messa in scena, funzionale alla sua carriera. Calunnie e ostilità prendono corpo nel "palazzo dei veleni" e lo accompagneranno durante l'esperienza in procura (la divide con Borsellino).

 

La strage di via D’Amelio, 19 luglio 1992

Sono passati solo 57 giorni dalla strage di Capaci. Paolo Borsellino, candidato dopo Falcone alla super procura antimafia, si reca a trovare la madre, in via D’Amelio, nel capoluogo siciliano.

Nonostante il recente attentato e le polemiche sulle misure di sicurezza inadeguate, le autorità non hanno preso provvedimenti per sorvegliare la zona o impedire che le auto possano essere parcheggiate lungo via D’Amelio. Così per i sicari è facile lasciare una Fiat 126 rubata e imbottita di esplosivo vicino all’ingresso del condominio della madre di Borsellino. È il 19 luglio. Sono le 17.15. Il boato viene avvertito a chilometri di distanza. Palermo si ritrova, ancora una volta, al centro di una guerra.

19 luglio 1992 La scena dell'attentato in via D'Amelio, a Palermo. Contro il magistrato Paolo Borsellino e la sua scorta venne usata un'autobomba
19 luglio 1992 La scena dell'attentato in via D'Amelio, a Palermo. Contro il magistrato Paolo Borsellino e la sua scorta venne usata un'autobomba (keystone)

In questo secondo attentato perdono la vita, oltre a Borsellino, anche gli agenti di scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. La scena che si presenta ai soccorritori è sconvolgente: medici e infermieri impegnati nella raccolta dei brandelli dei corpi, i feriti stesi a terra, l’asfalto divelto per 200 metri, un edificio sventrato e quelli intorno danneggiati. Detriti e auto ridotte a scheletri tutt’intorno.

 

La reazione popolare contro i politici

Anche le terribili immagini dell’autobomba contro Borsellino fanno il giro del mondo e, come nel caso dell’attentato contro Falcone, scateneranno una forte reazione popolare, che cambierà radicalmente il sentire dei cittadini e di intere generazioni. Cosa che la mafia e i suoi referenti politici non avevano previsto.

Da allora, però, cosa nostra, ma anche tutte le altre mafie, n’drangheta e camorra in testa, continuano a dialogare con una parte della politica e dei poteri forti; sono riuscite a infiltrarsi sempre più in profondità nella società, oltre che nell’economia, nelle istituzioni e nei nuovi partiti che si sono via via affacciati sulla scena politica, mimetizzandosi, cambiando volto e approfittando di complicità diffuse e troppi silenzi.

Pandemia e guerra, i nuovi "affari" per le mafie

Nel trentennale delle stragi di Capaci e di via D'Amelio, i dati che arrivano dalla Direzione investigativa antimafia, dalle indagini delle forze di polizia e della magistratura, certificano che non si deve abbassare la guardia: i fondi pubblici stanziati per la ripresa economica, per far fronte alle conseguenze della pandemia e della guerra fanno gola alle organizzazioni mafiose. Non solo in Italia.

"Il capo dei capi" di cosa nostra, Salvatore (Totò) Riina, detto "u curtu" (il basso) perchè alto 158 cm, boss mafioso e terrorista. Morì in carcere il 17 novembre 2017, stava scontando 26 ergastoli (keystone)

Il ricordo di Falcone e Borsellino all’informazione RSI

In occasione dei 30 anni dagli attentati stragisti mafiosi, i programmi informativi della RSI dedicano una serie di contributi radiofonici e televisivi al ricordo dei due magistrati antimafia assassinati da cosa nostra. Interviste e reportage sono trasmessi in radio e in televisione, durante le edizioni del Radiogiornale, a SEIDISERA, al Quotidiano e al Telegiornale. Al TG spazio a: un reportage da Corleone, l'intervista a Claudio Martelli - allora ministro della giustizia - e quella a Giancarlo Caselli, procuratore antimafia che guidò la procura di Palermo dopo la morte di Falcone e Borsellino. Sempre il Telegiornale propone la ricostruzione dell'attentato del 23 maggio del 1992 attraverso il racconto di Angelo Corbo, ex agente della scorta, e Antonio Vassallo, fotografo che per primo arrivò sul luogo della tragedia. In radio, spazio invece al racconto di chi per primo girò le immagini a Capaci, all'intervista a Leonardo Agueci, magistrato antimafia italiano e al racconto dei sopravvissuti alle stragi di Capaci e Via d'Amelio Giuseppe Costanza e Antonio Vullo.

 
Massimiliano Angeli
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