I parigini non vedono la fine del tunnel
I parigini non vedono la fine del tunnel (Reuters)

"Siamo alla fine dell'inizio"

Il parere di Francesco Russo, luganese, docente all'Ecole nationale des techniques avancées a Parigi

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Abito a Parigi dal 1994, ma sono tuttora affezionato a Lugano, la mia città natale. Lugano fa spesso da copertina alla mia pagina Facebook. In questi giorni pensavo di sostituirla con un segno di lutto, in riferimento ai tragici eventi attuali, ma alla fine ho deciso di lasciarla come segno di speranza. A Parigi, viviamo un senso di smarrimento e di dolore. Questi sentimenti lasceranno il posto alla rabbia, che per altro non ha sempre una giustificazione razionale.

Siamo in molti a pensare che i Governi degli ultimi trent'anni siano stati miopi, perlomeno in materia di sicurezza e integrazione. Nelle periferie (le «banlieues») delle grandi città (Parigi, Marsiglia, Lione) ma anche in quelle medio-grandi come Chartres, Strasburgo o Tolosa, sono emerse delle zone fuori controllo giuridico in cui è progredita prima la microcriminalità di base, poi una forma di malavita organizzata basata sul traffico di droga e quello delle armi provenienti da varie zone calde del pianeta. È emersa una manovalanza potenzialmente a disposizione degli strateghi dell' ISIS e dei suoi alleati. Va detto che una certa «quinta colonna» nelle «banlieues» era potenzialmente operativa anche in passato: fenomeni qualitativamente simili a quelli attuali, si verificarono durante gli attentati degli anni Novanta, tipo quello della stazione RER di Port Royal, in cui morirono due dei nostri studenti. Il primo ministro Valls ha utilizzato recentemente il termine di «apartheid» nel descrivere il degrado di certi territori. L'integrazione è in gran parte fallita, anche se in molte regioni periferiche sono emersi ultimamente alcuni segnali di speranza. Da lì, come da altri Stati europei, molti giovani sono partiti a combattere in Siria per l'ISIS. Questi non sono stati neutralizzati subito. Anzi, nella prima fase, quando il governo francese voleva fare la guerra a dittatori quali Bachar El Assad, queste partenze sono state tollerate e parte della stampa seria ritenne i «combattenti» possibili "collaboratori" del ministero della difesa.

Avevo iniziato parlando di speranza. Per il momento, non intravedo la fine del «tunnel». La gente ha paura. Ieri è bastato un petardo per sgomberare «Place de la République». I politici sembrano lentamente uscire dal loro torpore, ma la strada della speranza é lunga e tortuosa. Citando Churchill ho voglia di dire: non siamo alla fine (dei guai), non siamo nemmeno all'inizio della fine; siamo, forse, alla fine dell'inizio.

Francesco Russo*

Francesco Russo, luganese, professore a Parigi
Francesco Russo, luganese, professore a Parigi (RSI)

 

*Francesco Russo è nato a Lugano. Dopo la maturità al Liceo cantonale Lugano 1, ha studiato ingegneria matematica al Politecnico di Losanna, dove ha pure conseguito il dottorato. Ha fatto un postdoc all'università di Bielefeld (Germania) e all'Ecole Nationale Supérieure des Télécommunications (Parigi). Dopo un breve periodo all'università di Marsiglia, é stato nominato professore all'università Paris 13 nel 1994. Dopo tredici anni in quella sede, ha lavorato due anni in un centro di ricerca (Institut de recherche en informatique et automatique), per poi approdare nella sede attuale , cioé l'«Ecole nationale des techniques avancées», un politecnico parigino, con la qualifica di «Professeur des Universités de classe exceptionnelle». Il suo campo di ricerca é l'analisi stocastica, una disciplina tra la teoria delle probabilità e l'analisi matematica. Rimane tuttora molto legato al Ticino, anche professionalmente: ha coorganizzato con il politecnico di Losanna sette convegni al Monte Verità ed é esperto di sede per la matematica al Liceo Lugano 1.

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