Dio è morto.
Così afferma Nietzsche nel 1882, nell’opera La gaia scienza, aforisma 125, intitolato L’uomo folle. Quelle tre semplici parole costituiscono un’audace dichiarazione, divenuta simbolo di un’epoca, segnando un prima e un dopo nella storia del pensiero occidentale.
Qual è l’importanza di quella dichiarazione? Perché ha una tale rilevanza storica? Che cosa è realmente morto, secondo il filosofo tedesco?
Dio come principio morale
La parola “Dio” è un concetto di per sé vasto e complesso, con cui ognuno di noi ha un rapporto personale, spesso non totalmente esprimibile a parole. Attraverso le epoche il concetto di Dio è ed è stato strumentalizzato per incutere timore, imporre autorità ed esercitare potere e controllo.
Dalla straordinaria complessità del suo significato storico-politico-teologico emerge un concetto comune alla pluralità delle visioni: l’idea di Dio come Essere Superiore, identificato con la forma più alta e immaginabile del Bene.
Se accettiamo che Dio, più che un’entità, sia la rappresentazione di un principio morale ed etico, ecco che diventa chiara la critica di Nietzsche nella sua affermazione: l’uomo moderno, costantemente rivolto alla realizzazione del sé (materiale, economica, sociale,...) si sia dimenticato di un valore più profondo. Ed è questo forse proprio il valore che più ci rende umani: un bene che trascende l’esperienza finita dell’individuo.
Felicità: un’ossessione moderna
Nell’ultimo secolo, anche grazie alla psicologia, è sorta l’importanza di un nuovo valore, la felicità, e insieme a essa una certa ossessione per la domanda “sono felice?”. Non provando nel cuore la risposta che desideriamo, ci ritroviamo a cercare di saziare un vuoto incolmabile con cose, esperienze, ricordi, tentando disperatamente di poter rispondere semplicemente “sì, sono felice”.
Ma siamo sicuri che sia la felicità ciò che realmente cerchiamo?
Non desideriamo piuttosto trovare la pace, un senso di appartenenza, di serenità, di casa? Perché la felicità è un attimo destinato a svanire, e il continuare a cercarla non fa altro che farci rimbalzare da un estremo all’altro, chiudendo sempre di più la nostra già limitata visione su noi stessi, anziché espanderla verso la nostra dimensione più ampia.
Come sfuggire a questo gioco?
La risposta è nel passato. Dalle civiltà antiche ai giorni nostri, ogni società ha avuto la propria morale, le proprie regole, le proprie credenze.
L’uomo moderno, invece, si persuade di poter spezzare le catene, liberarsi delle regole da cui si sentiva oppresso, ma cosa scopre? Che ha ucciso l’unica cosa che gli dava un senso, che si è sradicato dal terreno che lo sosteneva e di cui è parte inscindibile.
Ritrovare l’umiltà
Un ritorno è possibile, ed è attraverso un sentimento oggi tralasciato, caduto in disuso, dimenticato: l’umiltà. L’umiltà è quel sentimento che ci permette di riconnetterci con il reale, di esser parte integrante anziché giudici arroganti, che ci permette di trovare la gratitudine dei piccoli gesti, delle piccole gioie. Non è necessario essere soggiogati da una religione organizzata, e nemmeno presenziare eventi e rituali di sorta, ma semplicemente ritrovare presenza e ascolto, con riconoscenza per l’attimo presente.
Oggi è come se l’umiltà fosse diventata sinonimo di rinuncia o, ancora più erroneamente, di debolezza. Ma l’umiltà è invece una grandissima virtù. Essere umili non significa né nascondersi né quantomeno mortificare i propri successi, ma esser coscienti della loro importanza solo relativa nei piani dell’universo. Significa imparare ad ascoltare piuttosto che parlare, osservare piuttosto che imporsi, espirare piuttosto che gonfiare il petto, prendere la vita a mani aperte anziché a pugni serrati.
L’umiltà comporta grande coraggio, poiché chiede di sapere di valere senza aver nulla da dimostrare, di essere senza il fare. In questi concetti riecheggia forte la saggezza dell’Oriente, ma anche i nostri antichi principi cristiani di umiltà. Riecheggia, in fondo, tutta la saggezza dei tempi passati. L’uomo contemporaneo pensa di averli superati, ma farebbe bene a ricordare che il progresso non è una linea retta e continua, ma un gomitolo ingarbugliato, e per ogni passo avanti ne vanno talvolta fatti cinque indietro. È difficile pensare che ciò che ha funzionato per centinaia di migliaia di anni sia ora obsoleto e inutile, e che tutti gli esseri umani vissuti prima di noi siano stati nell’errore mentre noi abbiamo trovato la verità.
Oggi, che ogni bisogno primario è soddisfatto e ogni desiderio pressoché immediatamente esaudito, gratitudine e umiltà assumono un significato ancora più profondo. A prescindere dalla vocazione religiosa di ognuno di noi, queste nobili virtù ridonano senso alle nostre vite.
Per chiudere il cerchio, ritornando a Nietzsche, umiltà e gratitudine riportano in vita Dio, sia esso figurato o reale.

A casa di Nietzsche
RSI Shared Content DME 23.08.2021, 12:42
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