La centrale di Zaporizhzhia
La centrale di Zaporizhzhia (keystone)

Ucraina, sei mesi di guerra

Il 24 febbraio Mosca lanciava la sua offensiva nel Paese - L'avanzata russa nel Donbass è in una fase di stallo, mentre proseguono le tensioni sul fronte nucleare ed energetico

  • Stampa
  • Condividi
  • a A

Sei mesi di guerra, circa 45’000 soldati russi morti, 9’000 gli ucraini, stando almeno alle cifre di Kiev, mentre Mosca non si esprime né sui propri né su quelli altrui. Numeri in ogni caso da prendere con le molle, dato che provengono da una delle parti in causa. Le Nazioni Unite tengono il conteggio delle vittime civili, circa 13’500, ma si tratta solo dei casi verificati, il bilancio complessivo è sicuramente maggiore.

Un quinto del territorio ucraino è sotto controllo russo, contando anche le regioni del Donbass e la Crimea, annessa nel 2014. Alla vigilia dell’anniversario, che coincide con quello dell’indipendenza dell’Ucraina da Mosca (24 agosto 1991), il presidente ucraino Volodymyr Zelenksy ha ribadito che il conflitto vedrà alla fine la vittoria di Kiev e la riconquista dei territori perduti, penisola sul Mar Nero compresa. Per ora la situazione non pare però favorevole.

Lo stallo del Donbass

La battaglia più dura si sta combattendo ancora nel Donbass, nella regione di Donetsk. I russi hanno conquistato in toto quella di Luhansk, l’obbiettivo è portare sotto il proprio controllo quella adiacente. I centri chiave sono quelli di Bakhmut, Kramatorsk e Sloviansk, dove le linee ucraine si oppongono all’avanzata russa. È una guerra d’attrito, le truppe del Cremlino e le milizie separatiste filorusse non riescono a sfondare, la resistenza di Kiev è stata agevolata dalle forniture di armi occidentali, che non sono sufficienti però per ribaltare il fronte.

Mosca sta rinforzando le retrovie e prosegue nella tattica dei bombardamenti a tappeto, che prendono di mira anche le regioni più a nord, tra Sumy e Kharkiv. Nonostante l’estate, sembra quasi che il conflitto si stia congelando, con il rafforzamento delle rispettive posizioni, senza però successi e avanzamenti significativi da entrambi i lati. La Russia ha detto nel passato che l’obbiettivo militare va oltre le regioni del Donbass.

Il fronte del sud

È quello più movimentato in questa fase della guerra. Le posizioni sono stabili, con la Russia che oltre alla Crimea ha conquistato il corridoio che dal Donbass arriva alla penisola sul Mar Nero, occupando la regione di Kherson e in parte quella di Zaporizhzhia. L’Ucraina non ha lanciato sino ad ora una vera e propria controffensiva, ma ha intensificato le incursioni e le azioni di sabotaggio, anche in Crimea.

Qui nelle ultime settimane sono stati diversi gli assalti che hanno messo sulla difensiva Mosca. L’altro punto caldo del fronte meridionale è quello della centrale atomica di Zaporizhzhia . Occupata dai russi sin da marzo è al centro degli attacchi incrociati sulla linea del fiume Dnipro e l’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica è in procinto di inviare una missione per verificare le condizioni di sicurezza. L’Ucraina vorrebbe la demilitarizzazione dell’area e riprendere il controllo del sito nucleare più grande d’Europa.

I russi hanno acconsentito all’ispezione e hanno già annunciato di non volere passare la mano. In ballo c’è il controllo su una centrale che rifornisce d’energia elettrica le regioni dell’est e del sud. La Russia avrebbe intenzione di disconnetterla dalla rete ucraina e allacciarla a quella russa, creando enormi problemi a Kiev in vista dell’inverno.

L‘arma energetica

La centrale di Zaporizhzhia  è quindi un’arma nelle mani del Cremlino. Esattamente come il gas o il petrolio, le cui forniture nel corso di questi mesi sono state tagliate o ridotte a diversi stati europei. Le sanzioni occidentali, economiche, finanziarie e commerciali, introdotte dopo l’inizio dell’invasione russa e rafforzate periodicamente, hanno avuto come risposta simmetrica da Mosca il blocco parziale o totale dei flussi energetici.

Per ora, al di là dell’aumento che prezzi che era già iniziato ben prima dello scoppio del conflitto, legato più al dopo pandemia e alla grande richiesta sui mercati mondiali, soprattutto asiatici, non ci sono stati scompensi in Europa. In vista dell’inverno i Paesi più dipendenti dal gas russo stanno però predisponendo dei piani di emergenza nel caso si arrivasse allo stop totale. Gli impianti di stoccaggio in Europa non sono del tutto pieni, ma quasi ovunque hanno raggiunto almeno la soglia del 70%.

Resta da vedere quali saranno le mosse del Cremlino, se deciderà cioè, anche in base a quello che succederà in Ucraina e alle reazioni dei paesi occidentali, di utilizzare l’arma energetica sino in fondo oppure si troveranno compromessi, come quello sul grano, che ha consentito di far ripartire l’esportazione di cereali dai porti ucraini.  

 
Stefano Grazioli
Condividi