Viaggio nel Midwest

Storie e personaggi dall'"America di mezzo", dove si comincia già a pensare alle presidenziali del 2020 - Quarta e ultima tappa - I reportage di Emiliano Bos

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Donald Trump ha da poco superato la metà del suo mandato, ma già si guarda alle prossime presidenziali statunitensi, quelle del 2020. Una decina di democratici ha già annunciato la sua candidatura, fra questi diverse donne, e comincia già a sondare il terreno in piccoli incontri a livello locale.

 

Gli occhi sono puntati in particolare sul Midwest, che nel recente voto di midterm ha in parte votato le spalle all'inquilino della Casa Bianca. Per esempio in Wisconsin. Emiliano Bos è andato lì, in Iowa (dove cominceranno le primarie) e per finire in Illinois, per "prendere la temperatura" di una zona vitale per l'esito delle future elezioni.

Quarta tappa

RG 12.30 del 15.02.2019 Il reportage dall'Illinois di Emiliano Bos
RG 12.30 del 15.02.2019 Il reportage dall'Illinois di Emiliano Bos

Ultima tappa del nostro viaggio nell’America di mezzo. Sosta in Illinois prima del rientro a Washington. La capitale della politica sembra così lontana. Questa cittadina di provincia meno di tre ore d’auto a sud di Chicago è una città universitaria. E nasconde piacevoli sorprese. Come il palazzo di fine Ottocento all’angolo di Hill Street. È qui che dal 1980 ha sede la “Buzard Pipe Organ Builders”, una piccola azienda che produce organi per chiese.

L’ha fondata John-Paul Buzard, 63 anni. Un signore d’altri tempi, che con toni garbati ci conduce nell’officine dove carpentieri, artigiani, accordatori e ingegneri lavorano fianco a fianco. “Mi sono innamorato di questo strumento da bambino”, ci racconta. Dapprima gli studi in giornalismo radio-televisivo, poi un master in musica sacra e organo. Il signor John-Paul la trasmette subito la sua passione. Competenza, ma anche un’etica del lavoro profonda: “I miei collaboratori”, ripete per tutta la conversazione. Ne parla con rispetto: “Senza di loro non riuscirei a realizzare questi organi meravigliosi, che sono un lusso per le chiese e devono durare secoli”. Durante la recessione, dieci anni fa, si tagliò lo stipendio pur di non licenziare nessuno dei suoi 12 dipendenti. “Ma a loro non l’ho mai detto”, dice con modestia che sembra sincera. Oggi ha al suo fianco 20 collaboratori, gli ultimi quattro assunti di recente. Tutti giovani: “È fondamentale trasmettere questo mestiere alle giovani generazioni”. L’ultima tappa di questo viaggio è un incontro con una piccola realtà economica, solida e radicata nel territorio. I “suoi dipendenti” sono parte dell’industria manifatturiera, anche se su piccola scala. Esperti, competenti e ben pagati. “Ma non c’è stato forse un taglio delle tasse?” si chiede il signor John-Paul. Si, c’è stato. Voluto da Donald Trump e approvato dalla maggioranza repubblicana al Congresso. Eppure – ci spiega questo imprenditore che unisce business e musica – i “miei dipendenti ora pagano più tasse”. È molto prudente nei suoi giudizi. “Non dimentico che vendiamo i nostri strumenti in zone degli Stati Uniti dove Trump gode di forte consenso e in altre dove invece non ne ha”. Insomma, non vuole schierarsi. “Parlo da imprenditore”, ripete più volte. Però il suo è un punto di vista estremamente interessante. Di chi nel paese produce ricchezza – anche se su piccola scala, garantisce 20 posti di lavoro e guarda con preoccupazioni alle tensioni commerciali provocate dalla guerra dei dazi. Da una parte l’orgoglio di creare un prodotto di qualità destinato alle comunità che si ritrovano nelle chiese sul territorio. “I benedettini dicono Ora et Labora’”, dice questo imprenditore dell’Illinois. “Io dico: non solo preghiera e lavoro, ma a volte nel nostro lavoro c’è dentro anche la preghiera”. Ci mostra le canne di metallo importate da Stoccarda, pronte per essere montate su un organo alto oltre una cinque metri. Arte e precisione, ma soprattutto l’attaccamento a un mestiere e a chi insieme a lui lo rende possibile ogni giorno. Il signor John-Paul, capelli brizzolati e toni affabili, è l’ultimo personaggio incontrato in questo viaggio. Tremila chilometri, da Chicago all’Iowa, al Wisconsin fino all’Illinois. E adesso via verso Washington, dove la politica è tutta un’altra musica.

 

Terza tappa

RG 12.30 del 14.02.2019 Il reportage di Emiliano Bos
RG 12.30 del 14.02.2019 Il reportage di Emiliano Bos

La capitale mondiale del formaggio? Plymouth, in Wisconsin. Passa da qui la terza tappa del nostro viaggio nel Midwest, nell’America di mezzo.Questa cittadina di 8'000 abitanti, un’ora d’auto a nord di Milwaukee, è l’epicentro della produzione di formaggio negli Stati Uniti. All’ingresso della cittadina hanno eretto addirittura un monumento a una mucca. Eppure i piccoli produttori di latte stanno affrontando un momento difficile, a causa del prezzo basso di questo prodotto.

 

Qui ci sono centinaia di fattorie medio-piccole, spesso a conduzione famigliare, in molti casi con poche decine di mucche. Lavorano in gran parte per alcune grandi aziende, che poi trasformano il latte in formaggio. Negli Stati Uniti, il Wisconsin è sinonimo di formaggio, dal Cheddar al "Swiss", che dalla Svizzera prende in prestito il nome… ma non il sapore. Abbiamo chiesto ai produttori locali se le ripercussioni della guerra commerciale voluta da Donald Trump siano arrivate fino a qui. Il formaggio prodotto da queste parti è destinato soprattutto al mercato domestico. Ma lo scontro sui dazi ha ripercussioni anche in Wisconsin, dove alle presidenziali del 2016 Trump aveva sconfitto di poco Hillary Clinton? Alle ultime elezioni di medio termine, lo scorso novembre, il governatore repubblicano Walker Scott è stato sconfitto da un candidato democratico. Insieme al prezzo del latte diminuisce anche il consenso per Trump? Per ora – dai pareri raccolti – non sembrerebbe. Eppure da queste parti si stanno perdendo posti di lavoro. Fattorie che chiudono, schiacciate dal prezzo del latte troppo basso. Ma il signor Scott Ditter è convinto: Trump non c'entra nulla. E il sostegno per il presidente degli Stati Uniti – assicura – è ancora solido.

 

Seconda tappa

RG 12.30 del 13.02.2019 Il reportage di Emiliano Bos
RG 12.30 del 13.02.2019 Il reportage di Emiliano Bos

First in the Nation. Il primo della nazione. È l’Iowa la seconda tappa del nostro viaggio nel Midwest, l’America di mezzo. Un piccolo stato rurale che conta 3 milioni di abitanti. Non è facile nemmeno individuarlo sulla mappa degli Stati Uniti. Ogni due anni ricompare all’improvviso. E diventa un incredibile magnete che polarizza l’attenzione politica. Qui vengono in campagna elettorale tutti i candidati alla Casa Bianca. Qui si mette in moto il processo che culminerà con l’elezione del presidente degli Stati Uniti. Perché in Iowa inizia la selezione che porterà i due grandi partiti alla nomination. First in the Nation, appunto: è l’inizio delle primarie. Che in Iowa si chiamano caucus. Si terranno tra circa un anno.

 

Ma già in questi giorni gli aspiranti presidenti hanno iniziato il loro pellegrinaggio politico in Iowa. Almeno la metà della decina di candidati democratici sono donne: Elizabeth Warren, Kamala Harris, Amy Klobuchar tra le altre. Noi abbiamo intercettato il senatore Cory Booker nel primissimo giorno della sua campagna elettorale. L’incontro in una piccola sala conferenze all’interno del Museo afro-americano di Cedar Rapids, nell’est dell’Iowa. Un primo contatto con gli elettori, che sono curiosi di vedere i candidati e di ascoltarli.

 

“Abbiamo una grande responsabilità”, dicono. Guardano avanti. “Non si può andare avanti con Donald Trump, che se non ottiene ciò che vuole chiude il governo e provoca lo shutdown” dice la signora Betty Daniels. È venuta ad ascoltare questo senatore. Vuole capire. Ma soprattutto non vede l’ora di votare. Anche se manca oltre un anno e mezzo. “Noi siamo la Middle America”, aggiunge la signora Betty. E quest’America vuole scegliere il suo – o la sua – presidente.

 

Prima tappa

RG 12.30 del 12.02.2019 Il reportage dal Wisconsin di Emiliano Bos
RG 12.30 del 12.02.2019 Il reportage dal Wisconsin di Emiliano Bos

Prima di quattro tappe alla periferia di Milwaukee, dove l'azienda di Taiwan Foxconn un anno e mezzo fa ha firmato un accordo per costruire una fabbrica capace di dare lavoro a 13'000 persone. "Non so se sarà l'ottava meraviglia del mondo come ha detto Trump, ma è il più grande investimento mai visto da queste parti", dice la presidente dei repubblicani locali. Di parere opposto la sua omologa democratica: "Potrebbe passare alla storia come una delle peggiori agevolazioni fiscali mai concesse negli Stati Uniti, ci vorranno decenni prima che i contribuenti possano recuperare i sussidi erogati e forse non ci riusciranno mai". Le ruspe sono al lavoro, ma la multinazionale ha già fatto una parziale marcia indietro: potrebbe sorgere invece un centro di ricerca. E lo Stato ha già finanziato per milioni il rifacimento dell'infrastruttura stradale della zona, ricorda Mark Levine, professore all'Università del Wisconsin. "Prudentemente ottimista", infine, il proprietario dell'azienda agricola con annesso ristorante, che vedrà sorgere il colosso dall'altra parte della strada.

 
Emiliano Bos/pon
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