Messico, boom di contagi al confine

TG 20 di domenica 13.09.2020

Virus e frontiera, il caso Messico

Tra turismo medico e quello sessuale, ecco cosa è cambiato ai tempi del COVID al confine con la California

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Il coronavirus non conosce confini e nessuno lo sa meglio di chi vive proprio su una delle frontiere più attraversate al mondo, quella tra Tijuana (in Messico) e San Diego (negli Stati Uniti), dove il movimento di persone non si è mai fermato, neppure con l'impennata di casi su entrambi i lati della dogana. Bisogna però tenere presente che nella Baja California si contano oltre 3'000 decessi, poco meno di un quarto di quelli in California, ma con una popolazione che è un decimo di quella californiana.

La differenza è che oggi che solo i messicani con un permesso di lavoro non possono più passare la frontiera mentre gli statunitensi possono viaggiare quando vogliono, in teoria solo per motivi essenziali, ma non è quello che si vede qui. Non è raro passare la frontiera per andare dal dentista; il turismo medico porta nello stato di Baja California 2 miliardi e 700 milioni di dollari all’anno. A causa del covid-19 qui le cliniche hanno chiuso per un mese e mezzo mentre adesso lavorano regolarmente. E per i chirurghi plastici le operazioni sono tornate quasi al livello dell'anno scorso.

Per evitare lunghe attese i pazienti statunitensi vengono qui anche a farsi il test del covid-19. Il turismo medico include anche l'acquisto di medicine non solo più economiche ma anche più facili da ottenere. Il turismo assume molte forme e include anche quello sessuale, tanto che esiste una zona di “tolleranza” dove la prostituzione è permessa. Ora le autorità messicane, però, impongono agli "strip club" di rimanere chiusi. Lontano dal bloccare il turismo sessuale, chiudere i locali obbliga chi si prostituisce a rimanere in strada, così l'unica cosa che diminuisce è la sicurezza, non i contagi.

L. Daverio/M. Ang.
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