5G cinese nel mirino degli USA

Le sanzioni contro Huawei per ora non toccano la Svizzera, ma potrebbero costare caro. Per gli esperti tuttavia mancano prove di comportamenti scorretti da parte dell’azienda

  • Stampa
  • Condividi
  • a A

Tra Stati Uniti e Cina non si sta combattendo solo una guerra commerciale ma anche una battaglia per la supremazia tecnologica a suon di sanzioni, veti incrociati e pressioni politico-economiche. Una battaglia che vede la Cina in netto vantaggio sull’internet di quinta generazione.

Nel mirino dalla Casa Bianca, il leader mondiale degli smartphone Huawei: secondo Donald Trump farebbe “cyberspionaggio e spierebbe gli americani”.

In maggio di quest’anno e poi ancora in agosto gli Stati Uniti hanno varato le nuove sanzioni contro l’azienda cinese leader al mondo degli smartphone e della tecnologia 5G. Nessuna azienda statunitense (o che vuole collaborare con aziende IT statunitensi) può fornire componenti a Huawei.

Questo – oltre alle ricadute economiche - ha avuto ampie ripercussioni nel mondo. Il Regno Unito, l’Australia la Nuova Zelanda hanno bandito Huawei dai loro paesi, per ragioni di sicurezza nazionale. E in Francia si sta andando nella stessa direzione: l’operatore Bouygues ha annunciato a fine agosto che smantellerà 3’000 antenne 5G costruite con tecnologia Huawei nelle zone densamente popolate e sensibili del Paese.

Londra scarica Huawei

Londra scarica Huawei

TG 20 di martedì 14.07.2020

 

Possibili perdite miliardarie per Berna

Huawei è molto presente anche in Svizzera, dove copre il 10% del mercato della telefonia mobile e dove sta sviluppando le antenne 5G di Sunrise. E dove collabora per servizi con Swisscom. Ma che impatto potrebbe avere nel nostro Paese un divieto della ditta cinese?

Per Elmar Grasser, direttore ufficio tecnico di Sunrise, “non ci sono ragioni tecniche per cui si può arrivare all’esclusione di Huawei. Ma piuttosto ragioni economico-politiche e bisogna rispettare la sovranità di ogni paese. La Svizzera non è arrivata a questa decisione e ha una politica razionale. Per ora invece ci sono molti buoni argomenti per utilizzarla: sono molto avanzati dal punto di vista tecnologico”.

E le conseguenze per la Svizzera potrebbero costare caro. Secondo uno studio di Oxford, mediamente, i costi per il 5G - senza Huawei - potrebbero lievitare dal 10 al 30%, cioè sino a 140 milioni di franchi. Ciò vorrebbe dire 1,4 miliardi di perdite di PIL nei prossimi 15 anni.

Per ora nessun effetto

Per Stefano Santinelli, Ceo Swisscom Directories SA, in Svizzera per ora non ci sono effetti di queste sanzioni. "Quello che però si vedrà sarà il telefonino Huawei senza applicazioni Google, senza il Play store e diversi smartphone che non saranno disponibili perché la catena logistica è interrotta”, spiega in un'intervista andata in onda durante la trasmissione Modem.

Alcuni modelli più recenti infatti già oggi hanno questo tipo di problema. La battaglia tecnologica forse è solo all'inizio. “Stiamo assistendo a quello che è successo con lo sbarco sulla luna, - spiega Angelo Consoli, responsabile area Cybersecurity SUPSI. “Se nel ’69 gli Stati Uniti hanno preso il vantaggio sull’URSS per la conquista del nostro satellite. Oggi per la prima volta l’Asia e la Cina nel 5G ha una tecnologia più avanzata. Questo disturba Washington ed è forse la causa principale di queste sanzioni, piuttosto che il cyberspionaggio”.

Huawei ci spia davvero?

Per Protonmail, azienda di servizi crittografici con sede a Ginevra, che ha lanciato appelli di solidarietà ad Hong Kong - e quindi non ha certo problemi a criticare la Cina, “non c’è nessuna prova tecnica che Huawei ci stia spiando”, spiega Serge Droz, ingegnere di sicurezza di Protonmail. Questa è una valutazione politica non tecnica. Chiaramente la Cina potrebbe farlo. Ma per ora non abbiamo evidenze. Per ora non ci sono evidenze che siano state trovate le cosiddette Backdoor che permettono di spiarci. Poi va detto che non sono solo le compagnie cinesi che fanno spionaggio. Ma potenzialmente tutti i Governi. Dopo tutto lo spionaggio non è illegale secondo il diritto internazionale e ogni paese lo fa.”

Cina sempre più dittatoriale

Eppure, la Cina sta diventando “sempre più dittatoriale all’interno e sempre più aggressiva in politica estera” stando al sinologo Jean-Philippe Béja. E le aziende cinesi, dal 2017, sono obbligate per legge a collaborare con il Governo cinese – fornendo dati e informazioni – se questo lo richiede.

Per Béja è fondamentale mantenere una varietà di fornitori per evitare una dipendenza tecnologica dalla Cina. Avere rapporti d’affari con la Cina significa evitare di criticarla sulla gestione della pandemia, su Hong Kong, sul Tibet, altrimenti si arrischiano rappresaglie, come successo recentemente all’Australia che si è trovata confrontata a pesanti sanzioni economiche per avere chiesto un’inchiesta indipendente sulla diffusione della pandemia nella Repubblica popolare.

Edizione del 11.09.2020
Edizione del 11.09.2020
 
Bettina Müller/Mattia Pacella
Condividi