Antoine Flahault (@World Health Summit)

"La mortalità è attorno all'1%"

Intervista all'epidemiologo dell’Università di Ginevra Antoine Flahault che spiega: "La progressione in Svizzera è paragonabile a quella conosciuta dagli altri paesi a febbraio"

  • Stampa
  • Condividi
  • a A

Il nome COVID-19 era ignoto fino a poco tempo fa. In pochissime settimane è diventato il protagonista assoluto dell'attualità quotidiana. Ma cosa abbiamo imparato nel frattempo sul coronavirus che lo causa? Quanto è davvero pericoloso? E la sua esistenza giustifica lo sconquasso provocato nella vita pubblica? L'epidemiologo Antoine Flahault è direttore dell'Istituto di salute globale della facoltà di medicina dell'Università di Ginevra e sta seguendo l’evoluzione della situazione a livello globale e nazionale.

Cosa si è imparato finora sul nuovo coronavirus? Prima di tutto si ha un'idea di quanto sia davvero mortale?

Le percentuali oggi convergono verso un tasso di mortalità dell'uno percento tra i casi infetti. L'esperienza numericamente più completa è quella della nave da crociera Diamond Princess: delle 705 persone contagiate, 7 purtroppo sono morte. I cinesi e gli italiani hanno dei tassi più alti, intorno al 3%. I coreani invece hanno un tasso dello 0,7%. È possibile che siano determinanti i fattori di rischio di mortalità, per esempio il fatto di essere anziani o di avere altre malattie. Ad esempio gli over 65 in Italia sono in percentuale il doppio rispetto alla Corea. Questo è il quadro attuale che può ancora subire qualche evoluzione.

La nave da crociera Diamond Princess contava oltre 700 persone contagiate
La nave da crociera Diamond Princess contava oltre 700 persone contagiate (keystone)

Quanto è contagioso questo coronavirus?

Il miglior parametro è il tasso di riproduzione: cioè quante persone vengono infettate da una persona già contagiata. Il tasso di riproduzione può sembrare abbastanza basso: un malato contagia in media 2-3 persone. Per questo in Europa siamo restii a far portare le maschere in strada o nei bus: perché non ci si contagia semplicemente incrociandosi. Le persone a rischio di contagio sono più probabilmente nella famiglia o tra i colleghi. Sui mezzi di trasporto, è possibile infettarsi solo stando seduti per ore accanto a un contagiato che tossisce: ad esempio in un volo oltre oceano.

 

Ma che percentuale della popolazione sarà alla fine contagiata dal virus?

La cosa più difficile da prevedere e il "tasso d'attacco" e cioè la percentuale di popolazione che sarà contaminata nel corso dell'epidemia. Sulla nave Diamond Princess il tasso è stato circa del 20% in poche settimane: ma per ora non abbiamo un esempio di percentuali simili a livello di paese. In Cina non abbiamo il 20% dei cinesi contagiati: le cifre sono molto più basse. Ma è una fotografia ancora molto sfocata, da precisare nelle settimane e mesi a venire.

La morfologia ultrastrutturale del coronavirus
La morfologia ultrastrutturale del coronavirus (reuters)

Fra i contagiati, quanti sono i casi con complicazioni?

Abbiamo una fotografia abbastanza precisa fatta dai cinesi su 50'000 casi confermati. Lo studio pubblicato mostra che l'80% dei casi sviluppa una malattia molto leggera, con al massimo un po' di tosse e un po' di febbre e guarisce a casa in pochi giorni. In circa il 15% dei casi però, verso il sesto giorno le cose si complicano: i malati faticano un po' a respirare e sono ricoverati, almeno in osservazione, ma rientrano presto a casa guariti. Per circa il 5% dei malati l'insufficienza respiratoria si aggrava, sfocia in una polmonite virale o eventualmente disturbi cardiaci o altro ancora, e sono necessarie cure intensive. Fra questi, dall'1 al 3% muore. è intorno a questi casi che andranno in rianimazione che ruota il problema. E le strutture ospedaliere devono essere pronte ad accoglierli.

Le misure che oggi possono sembrare eccessive in realtà sono efficaci

Le misure prese dalle autorità per ridurre gli assembramenti sono proporzionate al pericolo rappresentato dal coronavirus?

Le misure che oggi possono sembrare eccessive in realtà sono efficaci proprio perché sono prese all'inizio. Lo si è visto nel 1918 quando c'è stata la pandemia d'influenza. Uno studio pubblicato nel 2007 e realizzato da un gruppo di storici e epidemiologi ha analizzato le misure prese nelle città americane. All'epoca - come adesso - non c'era un vaccino o un antivirale. Alcune città presero subito delle misure paragonabili a quelle in vigore oggi e altre invece rimasero scettiche e non le applicarono. Ebbene: dove si chiusero velocemente le scuole, si proibirono i raduni, si instaurarono cordoni sanitari - quello che fanno gli italiani in Lombardia quando scoprono dei focolai - la mortalità fu più bassa rispetto a dove non le applicarono. Per questo, penso che ci sia della razionalità nelle misure prese oggi, che sembrano un po' esagerate, ma che sono misure dettate dalla cautela e che potrebbero rivelarsi estremamente utili per la salute pubblica.

Bisogna dare alle strutture il tempo di prepararsi

Qual è l'andamento attuale dell'epidemia in Svizzera?

La progressione in Svizzera segue lo stesso andamento degli altri paesi all'inizio dell'epidemia: Cina, Italia, Corea e così via. È cioè una progressione esponenziale con il raddoppio dei casi ogni due o tre giorni. Si tratta di una crescita rapida e un po' insidiosa perché si parte da pochi casi. Il fatto che sia simile a quanto successo altrove è un po' preoccupante. Le misure prese in Cina  sono state efficaci. Ecco perché vale la pena attuare anche da noi delle restrizioni. Servono non tanto a evitare che diventi un'epidemia, quanto ad attenuarla e a rallentarne lo sviluppo in modo da dare il tempo alle strutture di prepararsi.

Lucia Mottini
Condividi