Le modifiche approvate dagli Stati vanno troppo in là secondo Guy Parmelin (keystone)

Prezzi equi, passo avanti agli Stati

Approvato il controprogetto indiretto all'iniziativa popolare proposto dal Consiglio federale, ma con alcune modifiche

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Gli svizzeri non dovrebbero più essere penalizzati da prezzi troppo alti rispetto all’estero a causa di società che dominano il settore delle importazioni. Il Consiglio degli Stati ha accettato con 31 voti contro 13 il controprogetto indiretto all’iniziativa popolare “Per prezzi equi”.

Secondo uno studio recente il sovrapprezzo sui beni in arrivo dall’estero costa alle aziende e ai consumatori svizzeri 15 miliardi di franchi all’anno. Il testo degli iniziativisti chiede che le imprese svizzere possano acquistare all’estero senza passare da fornitori prestabiliti.

I senatori, durante la discussione, hanno riconosciuto il problema: i prezzi maggiorati non penalizzano soltanto i consumatori. Il settore alberghiero, la ristorazione, l'agricoltura e l'industria sono pure toccati, ha rilevato Hannes Germann (UDC/SH) a nome della commissione. È giusto che, a causa degli stipendi più alti, le tariffe praticate ad esempio dai parrucchieri svizzeri siano più elevate rispetto all'estero, ha ammesso Pirmin Bischof (PPD/SO). Le differenze di prezzo per i prodotti fabbricati all'estero e importati, invece, non hanno alcuna giustificazione. "Gli importatori presumono semplicemente che gli svizzeri siano più ricchi e possano permettersi di pagare di più".

Ma, come il Consiglio federale, ritengono che le proposte dell’iniziativa siano eccessive e hanno appoggiato le soluzioni proposte dal Governo, con alcune modifiche.

La revisione della legge sui cartelli proposta dall’Esecutivo allarga il concetto di posizione dominante, ma non abbastanza. Secondo il Nazionale, oltre alla limitazione della concorrenza, anche le pratiche che svantaggiano i partner commerciali devono essere considerate delle infrazioni alla norma. Una posizione su cui si è allineato il Consiglio degli Stati.

Bocciato invece il blocco regionale dei contenuti internet, in modo da garantire un commercio online senza discriminazioni geografiche.

Il dossier torna al Consiglio nazionale per appianare le ultime divergenze.

ATS/sf
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