Quello che le telecamere non mostrano

Jamileh e Mansour Amirzade, rifugiati afghani in Ticino, raccontano l’angoscia per il ritorno del regime talebano

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Jamileh e Mansour Amirzade non chiudono occhio da giorni. Le immagini degli afghani che rincorrono e si appendono agli aerei all’aeroporto di Kabul raccontano quello che le parole non possono descrivere.

“Questa gente che fugge ha già vissuto sotto i talebani, sa come si comportano; ecco perché sono così disperati. Non hanno ancora preso il potere in maniera stabile, ma gli afghani già sanno che i talebani sono gli stessi di prima” dice Mansour che insieme alla moglie Jamilah lavora come interprete e mediatore culturale per l’organizzazione no profit SOS Ticino.

Nella provincia di Herat, da dove proviene la coppia, le notizie che arrivano da parenti e amici danno il polso della situazione.

“Appena conquistata la città di Herat alle donne che si presentavano all’università hanno detto di tornare a casa perché l’università per loro era chiusa”

Jamileh era bambina quando i talebani hanno preso il potere in Afghanistan alla fine degli anni ’90. La scuola per lei era vietata, a fare la spesa non poteva andare sola con sua mamma senza la compagnia di un uomo.

Dal regime del terrore è fuggita e si dispera ora per le donne afghane davanti a cui si apre ora un nuovo baratro.

“I talebani stanno bussando casa per casa, cercano le ragazze sole, le donne vedove – racconta con la voce rotta dall’emozione Jamileh- per stuprarle, per farne delle schiave per i talebani”

E’ una testimonianza che fa male quella di Jamilah. I racconti che arrivano dall’Afghanistan sono drammatici, la situazione è confusa e lasciare il paese impossibile se non via aerea, i talebani controllano tutti i confini.

Mansour e Jamilah, rifugiati in Svizzera dal 2012, si stringono alla comunità afghana che in Ticino conta circa 300 persone. Dopo 20 anni di occupazione occidentale nessuno poteva immaginare di ripiombare di nuovo nel baratro dell’orrore talebano.

Laura Giovara
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