Salvi grazie alla Svizzera

La gratitudine per il ruolo della diplomazia elvetica di due ex ostaggi statunitensi in Iran

La Svizzera nei giorni scorsi è stata ringraziata pubblicamente dal presidente statunitense Donald Trump e dal ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif per il suo ruolo nello scambio di ostaggi che ha permesso la liberazione del ricercatore sino-americano Xiyue Wang rientrato oltre Atlantico dopo aver fatto scalo a Zurigo. Un’operazione che ha messo nuovamente in luce il peso della diplomazia elvetica in vicende che si svolgono nella Repubblica islamica e che spesso restano nell'ombra. Vicende che si susseguono da 39 anni (da quando Berna rappresenta gli interessi di Washington a Teheran) come quelle di due ex ostaggi che hanno accettato di raccontare la loro esperienza alla RSI: il giornalista Jason Rezaian liberato nel gennaio 2016 dopo due anni di prigionia e l'ex diplomatico John Limbert che ha ritrovato la libertà dopo 14 mesi in cattività.

"La Svizzera simbolizza la protezione"

"Per me la Svizzera simbolizza la protezione, l’amicizia… e in un momento importante per la mia vita ha rappresentato la sicurezza", sottolinea il corrispondente del Washington Post arrestato il 22 luglio 2014 nella capitale iraniana dove viveva da 5 anni con la moglie. Accusato di spionaggio ha trascorso 544 giorni in una prigione di massima sicurezza prima dell'ormai insperata liberazione giunta grazie alla mediazione elvetica. "Era detenuto in una cella di meno di quattro metri quadrati - ricorda Jason Rezaian -. Non c’erano finestre per guardare all’esterno e non avevo nessuna idea dei miei spostamenti dentro e fuori la cella. Tutto era fatto per renderti malleabile come un pezzo d’argilla. Vogliono modellarti per farti dire e fare quello che vogliono.  È un’esperienza molto umiliante, ma… per fortuna, sono sopravvissuto ed è passato per me". L'inferno per il giornalista, oggi 43enne, si concluse il 16 gennaio 2016 quando l’ambasciatore svizzero lo fece imbarcare su un aereo.  "Sotto la giacca è come se avesse avuto la cappa e la Esse di Superman. Ha fatto qualcosa di incredibile per le nostre vite", sottolinea con gratitudine.

Mediazione nell'ombra

Un sentimento sempre vivo anche in John Limbert. Oggi ha 73 anni. Il 4 novembre 1979, con altri 51 connazionali, si trovava nell'ambasciata americana a Teheran presa d'assalto da circa 500 studenti fondamentalisti iraniani. La crisi durò fino al rilascio degli ostaggi il 20 gennaio 1981. "In quei 14 mesi in ostaggio ho intravisto l’alternativa, quello che può succedere se due Paesi non riescono a parlarsi. E quello che avviene è l’anarchia", ricorda. Furono 444 giorni di angoscia, di frustrazione, di altissima tensione (come quella che il mondo visse dopo la fallita operazione militare del 24 aprile 1980), ma anche di speranza per il buon esito della mediazione e delle trattative nelle quali Berna (già allora rappresentante degli interessi iraniani in Egitto) ebbe un ruolo di primo piano. Un ruolo che prosegue anche oggi.

Ufficialmente in Iran sono ancora detenuti 6 cittadini statunitensi. Nell'ombra la diplomazia è al lavoro. Di quanto accade si sa poco o nulla. La discrezione è massima, finché non giunge la notizia di una nuova liberazione, accompagnata, magari, da qualche immagine di un volo per gli Stati Uniti in partenza da Zurigo.

Diem/TG
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