Svizzera-Cina, più scambi

Tre giorni asiatica per Johann Schneider-Ammann a quasi due anni dall'accordo, tra risultati e problemi

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da Pechino

È passato oltre un anno e mezzo dall'entrata in vigore dell'accordo di libero scambio tra la Svizzera e la Cina che da ieri, giovedì, a sabato accoglie la visita ufficiale del presidente della Confederazione e ministro dell'economia Johann Schneider-Ammann. Nella tregiorni a Pechino e Shanghai, il programma prevede visite alle aziende, il saluto alla comunità elvetica, l'apertura del forum sino-svizzero ed incontri con il primo ministro Li Keqiang, il presidente Xi Jinping e il presidente del Parlamento Zhang Dejiang.

Il forum economico sino-svizzero è stato aperto venerdì da Johann Schneider-Ammann
Il forum economico sino-svizzero è stato aperto venerdì da Johann Schneider-Ammann (RSI)

L'accordo di libero scambio tra Svizzera e Cina prevede l'abbassamento graduale delle tariffe doganali su diversi articoli da entrambe le parti. L'impo-export con il gigante asiatico nel frattempo è aumentato, ma molto meno degli anni precedenti, a causa del generale rallentamento dell'economia cinese. Nel 2015 le esportazioni svizzere sono cresciute del 1,5%, le esportazioni cinesi sono aumentate dell' 1,7% (dati che escludono oro e commodities). In totale gli scambi tra i due Paesi, nel 2015, hanno avuto un incremento dell'1,5%, nel 2014 era stato del 7% e nel 2013 del 10,8%.

"L'aspetto più importante è la dinamica, il cambiamento nella dinamica che l'accordo porta al commercio e agli investimenti tra Cina e Svizzera", spiega Nicolas Musy, consulente in Cina dal 1988 e co-fondatore di China Integrated. L'abbassamento delle tariffe è graduale e al momento non abbastanza da avere un forte impatto, considerando che il franco svizzero è molto alto, risulta più una compensazione che un vantaggio", ma come effetto indiretto "mette pressione sui competitori europei".  Gli fa eco Arthur Raffar, della Sonceboz, compagnia di macchinari e ingegneria: "È una situazione unica per la Svizzera e decisamente un vantaggio competitivo verso altri paesi che non hanno lo stesso accordo. È un' opportunità di crescita del business". 

"I nostri competitori sono europei e con l'accordo di libero scambio abbiamo guadagnato circa il 10% di vantaggio sul prezzo" spiega Dieter Voegtli, della Buhler Group, che in Cina si occupa di applicazioni automotive. Se in generale i commenti sull'accordo sono positivi, la messa in pratica rimane problematica. Dieter Voegtli la definisce "normale", specificando, però, che "per normale intendo che abbiamo dovuto fare fronte a problemi e l'implementazione non è facile. Seguiamo la procedura (per la riduzione dei dazi) per carichi di grosso valore e non per quantità minori".

Non è l'unico a lamentare il problema. "La procedura è molto lunga e a volte questo peso alla fine rende i prodotti ancora più cari", dice Pauline Houl, segretaria generale della Camera di commercio svizzera in Cina (vd VIDEO). "Uno degli ostacoli, per esempio, è la provenienza della merce. Se viaggia via mare l'origine svizzera spesso non viene riconosciuta, nonostante sia ovvio che la Svizzera non possa avere un suo porto".

"In Cina il clima politico è diventato più difficile", riflette Klaus Ziegler, consulente in Cina da 10 anni e fondatore della Beijing Quality Partnership. "L'apertura dei governi precedenti sta diventando sempre più un'impegno puramente verbale e questo si riflette anche nel commercio con la Cina dove è sempre più difficile discernere seri sforzi ad aprire ulteriormente il mercato". Klaus Ziegler si dice deluso sulla parte dell'accordo che riguarda le barriere tecniche al commercio (TBT/SPS), dove, spiega, non ci sono ancora risultati concreti. Dice però che "sarebbe ingiusto criticare l'accordo di libero scambio. Almeno ci ha dato una buona base per stabilizzare la situazione attuale".

Laura Daverio

Dal TG 20.00 del 07.04.2016

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