Tatiana e Andra Bucci (ansa)

“L’essere bambine ci ha salvate”

La storia di Tatiana e Andra Bucci, due sorelle che hanno vissuto nel campo di concentramento di Birkenau dall'aprile del ’44 al gennaio del ’45. “Avevamo 6 e 4 anni e non eravamo davvero coscienti”

“Quando ero là non ho mai pensato che avrei potuto morire”. Tatiana oggi di anni ne ha 82 e racconta di come lei e la sorella fossero troppo piccole per comprendere l’orrore che stavano vivendo. L’incoscienza insomma come una sorta di scudo protettivo che le ha aiutate a sopravvivere.

Alcuni ricordi si sono però impressi nella loro memoria, come il momento dell’arresto, avvenuto nella loro casa a Fiume – in Italia – il 28 marzo del 1944. Entrambe furono deportate assieme alla mamma ebrea, alla zia, al cuginetto Sergio e alla nonna. “La nonna pregava in ginocchio di lasciare noi bambini e di prendere lei”, prosegue Tatiana. Al campo le loro vite si sono separate e i 3 bambini sono stati affidati al dottor Mengele, che li utilizzava come cavie.

I ricordi di quei mesi di prigionia sono confusi, ma entrambe raccontano delle visite fugaci della mamma quando riusciva a scappare per andare a trovarle. “Ci fa male dirlo, ma avevamo paura di lei – dice Andra – la vedevamo rasata e così magra… non volevamo che ci toccasse e scappavamo via. Solo quando ho tenuto in braccio il mio primo figlio mi sono resa conto di che terribile sofferenza dobbiamo averle causato”. L’essere in due, sempre insieme, ha aiutato Tatiana e Andra ad arrivare al giorno della liberazione il 27 gennaio del 1945. “Per me la liberazione è una fettina di salame - racconta Andra – perché quando mi sono svegliata ho visto un soldato che affettava un salame distribuendolo a chi aveva intorno”.

Dopo alcuni trasferimenti Tatiana e Andra hanno potuto riabbracciare la mamma e il papà, mentre il resto della famiglia ha avuto purtroppo un altro destino. Oggi le due sorelle girano le città e le aule delle scuole per dare ai giovani la loro testimonianza, “perché non bisogna dimenticare e nel mondo c’è ancora troppo odio verso il diverso”. Il loro è però anche un inno alla vita, perché – dicono entrambe – “dopo Birkenau la nostra vita è stata quella di due persone normali e abbiamo avuto tante gioie. La più grande? Senza dubbio i nostri nipotini”.

E giovedì a alle scuole medie di Viganello è stato inaugurato il giardino di venti rose bianche in memoria di 20 bambini deportati ad Auschwitz e poi uccisi nella scuola di Bullenhuser Damm nel 1945.

Le ferite di Auschwitz

Le ferite di Auschwitz

Il Quotidiano di giovedì 24.10.2019

 
Camilla Luzzani
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