Immagine d'archivio (tipress)

"Messaggi che dovevano restare riservati"

Polemiche in merito ad alcune comunicazioni via WhatsApp tra il giudice Ermani e il procuratore generale Andrea Pagani: le spiegazioni

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Stanno suscitando polemiche alcuni messaggi spediti via WhatsApp dal presidente del Tribunale penale ticinese, il giudice Mauro Ermani, al procuratore generale Andrea Pagani, riguardanti l’operato dei procuratori pubblici. Uno in particolare è quello pubblicato venerdì scorso da Tio.ch, nel quale Ermani faceva riferimento ad una sua collaboratrice, esaminata poco tempo prima dalla Commissione di esperti per un posto di procuratrice pubblica: “Pare sia andata bene – scriveva il giudice -. Se me la rubi trattamela bene, sennò ricomincio a parlare male di voi”.

A cosa si riferiva il giudice? Lo stesso Ermani, ai nostri microfoni, spiega: “Pagani si era più volte lamentato del fatto che i giudici, non solo io, esprimessero giudizi troppo severi in aula sull’operato dei procuratori. Si è quindi addivenuti alla soluzione di segnalare direttamente al procuratore generale le eventuali anomalie affinché potesse esercitare più compiutamente la vigilanza”.

“È possibile - continua Ermani - che vi siano state comunicazioni critiche, che però non ricordo e non ho neppure ritrovato, arrivate da parte mia, quale portavoce però di tutto il Tribunale penale. Messaggi però che dovevano rimanere riservati e sulla cui divulgazione non posso che dirmi perplesso”.

Il giudice Mauro Ermani
Il giudice Mauro Ermani (tipress)

Il “messaggino” sulla candidata per un posto in Procura ha però suscitato qualche perplessità: risale a circa due mesi fa, quindi prima che scoppiasse il caso dei preavvisi negativi formulati dall’organo di vigilanza, il Consiglio della magistratura, nei confronti di cinque magistrati inquirenti che hanno sollecitato un nuovo mandato in seno alla Procura. Si è trattato di un messaggio perlomeno inopportuno?

“Erano giorni in cui avvenivano le audizioni davanti alla commissione di esperti – ci risponde Emani – ho inviato quel messaggio a Pagani, col quale era capitato anche di scambiarsi qualche battuta scherzosa, ma l’ironia di quel messaggio sta proprio nella premessa: ‘se me la rubi’, come se il procuratore generale avesse competenza in una scelta che spetta al Parlamento. Era davvero una battuta e basta. Inopportuno? Oggi non lo scriverei, mai mi sarei aspettato che finisse in mano a terzi”.

Un'audizione per i 5 procuratori pubblici

Un'audizione per i 5 procuratori pubblici

Il Quotidiano di lunedì 28.09.2020

 

Le spiegazioni del procuratore generale

La polemica è stata fomentata dal fatto che questo e altri messaggi riservati sono diventati di dominio pubblico. Qualcuno li ha passati alla stampa dopo che il procuratore generale Andrea Pagani li ha mostrati a uno dei cinque procuratori, lo scorso 11 settembre, quando sono stati annunciati i preavvisi negativi.

“Evidentemente c’era un grosso disorientamento in seno all’ufficio e alcuni procuratori si sono rivolti a me – ci spiega lui stesso –, in quel momento, per la doccia fredda subita, per dare una chiave di lettura alla durezza dei preavvisi, ho detto che forse erano state contattate tutte le autorità della catena penale e per forza di cose anche il presidente del Tribunale penale, il quale mi aveva effettivamente scritto dei messaggi che lasciavano intendere che anche lui aveva denotato delle criticità su determinati procuratori”.

Criticità che lo stesso capo del Ministero pubblico ha riscontrato. In merito ai giudizi formulati dal Consiglio della magistratura, Pagani però specifica: “Il risultato finale non mi ha sorpreso, a farlo è stata la durezza dei giudizi, che non faccio mia. Sotto questo profilo si è andati un po' in là”.

 
Il procuratore generale Andrea Pagani
Il procuratore generale Andrea Pagani (tipress)
CSI-DD/ludoC
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