Organizzazioni non governative, associazioni, sindacati e partiti di sinistra si sono dati appuntamento sabato pomeriggio a Bellinzona per manifestare solidarietà al popolo cubano. L’isola caraibica sta affrontando una delle crisi peggiori degli ultimi anni; l’inasprimento del blocco alle importazioni deciso dagli Stati Uniti sta mettendo in ginocchio la popolazione e l’ONU ha lanciato l’allarme: “si rischia un collasso umanitario”.
Lungo le vie di Bellinzona circa 300 persone hanno partecipato alla manifestazione. Ma perché oggi a Cuba si parla di una crisi umanitaria e cosa è cambiato rispetto ai 60 anni di blocco economico imposto dagli Stati Uniti? Il Quotidiano della RSI lo ha chiesto a Massimiliano Ay, segretario del Partito Comunista. “Questa volta la situazione è più grave, nel senso che è stato introdotto addirittura un blocco navale che impedisce qualsiasi tipo di rifornimento petrolifero. Praticamente la strategia è creare un disastro umanitario sull’isola, così poi da giustificare, come vediamo anche in altri Paesi del mondo, un intervento pseudo-umanitario di guerra”, ha spiegato Ay.
Matteo Pronzini (Movimento per il socialismo MPS) ha spiegato che “oggi a Cuba il popolo ha forse l’elettricità un paio di ore al giorno, quando ce le ha. C’è uno strangolamento. Questo è inaccettabile. Al di là di qualsiasi giudizio che si possa avere sul governo cubano, chi sta soffrendo è il popolo cubano. E come tutti i popoli deve poter avere il diritto all’autodeterminazione e a non essere strangolato da nessun altro Paese”.
In piazza a manifestare ci sono anche persone mosse da motivazioni diverse. “Certo che abbiamo delle motivazioni diverse, perché Cuba purtroppo non è comunismo, non è socialismo, è come una dittatura”, dice una delle manifestanti alle telecamere del Quotidiano. Massimiliano Ay, dal canto suo replica che queste persone “fanno parte della nazione cubana e quindi è una questione interna a Cuba che non compete direttamente a noi, nel senso che le differenze che esistono in quella società le risolveranno loro. Il punto però è capire che non sarà con la guerra, con i bombardamenti o con un disastro umanitario che si migliorerà la situazione”.
Intanto un altro manifestante spiega che per lui Cuba “rappresenta la resistenza antimperialista contro gli Stati Uniti d’America”, mentre un’altra persona scesa in piazza è preoccupata dal fatto che “di nuovo una logica di neocolonialismo violento pare stia avendo la meglio su quello che potrebbe essere invece convivenza pacifica, collaborazione e supporto tra popoli”.









