Un mondo “deformato” dal lavoro

La deformazione professionale ci fa leggere la realtà in modi diversi e può produrre effetti comici, negativi o utili. “Siamo quello che facciamo” dice il sociologo Caroni – Il reportage

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Deformazióne: s. f. [dal lat. deformatio -onis; v. deformare] - D. professionale: alterazione del modo di pensare e di comportarsi nella vita reale, dovuta alla ripetizione continua di gesti, atteggiamenti, ragionamenti e sim., nell’esercizio del proprio lavoro.

La definizione la dà il dizionario Treccani, ma che cos’è davvero la deformazione professionale e quanto incide sulle nostre vite? Ci affidiamo al sociologo Sebastiano Caroni, studioso del tema, per capire i vari livelli di deformazione professionale e se effettivamente questa è presente in tutti noi: “È un po’ come nella sociologia dell’arte, che ci insegna che l’opera d’arte sta nello sguardo di chi la osserva, o ancora – citando De Saussure – che è il nostro punto di vista che crea l’oggetto e non viceversa. Il lavoro è un vettore integrativo importante, chi impara un lavoro non impara semplicemente un modo di fare, ma anche un modo di vedere le cose, di agire sul mondo. Vale per tutti i tipi di impiego e ogni lavoro offre una lente particolare attraverso la quale leggere la realtà”.

Approfondimento sulla deformazione professionale

Approfondimento sulla deformazione professionale

Il Quotidiano di mercoledì 29.06.2022

 

Deformazione “comica”

La deformazione professionale può essere un fenomeno estremamente comico e divertente, “che ci segnala però come il lavoro sia fondamentale nel modo in cui noi ci rapportiamo agli altri” spiega ancora il sociologo. Si può pensare ad esempio a una docente di scuola dell'infanzia che si rivolge a degli adulti come se questi fossero dei bambini, parlando molto lentamente. “Questo è il modo in cui lei si relaziona durante il lavoro e quindi inavvertitamente potrebbe generalizzare questo suo modo di relazionarsi. E, come detto, questo può creare un effetto di comicità”.

“L’occhio un po’ ti casca, è inevitabile – ci dice ad esempio il chirurgo plastico Matteo Malacco, nel nostro giro di orizzonti tra alcune profession – Ma di certo non mi metto a fermare le persone per strada per dir loro che hanno un difetto piuttosto che un altro e che sarebbe da correggere, ma conosco colleghi che potrebbero arrivare a tanto in effetti…”.

“Qualsiasi esperienza di vita, professionale o meno, secondo me modifica la percezione del mondo da parte dell'individuo” racconta da parte sua l’avvocato, imprenditore e politico luganese Rupen Nacaroglu. “Tutte hanno un'influenza su come vedo il mondo e trovo che sia una cosa positiva. Quella che mi crea forse più problemi (ride, ndr), avendo un’enoteca, è la carta dei vini quando sono nei ristoranti, sulle quali divento un po’ tanto rigido e mi è già capitato anche di andarmene per l’insoddisfazione”.

 

La deformazione che diventa ossessione o limite

La deformazione professionale può però avere anche risvolti negativi, quando “i gesti diventano in qualche modo invadenti e non vengono attivati quando serve, ma che accompagnano questa persona anche al di fuori dal lavoro” spiega ancora Sebastiano Caroni. “Una persona che è abituata a fare le pulizie e lo fa per mestiere, potrebbe per esempio essere particolarmente attenta, per non dire ossessionata, da quello che riguarda la pulizia in generale”.

E noi da chi di pulizie si occupa quotidianamente ci siamo andati: “Non sono pignola di natura – ci dice Dina Amadò, responsabile delle pulizie in ambito sanitario – Da amici non mi metto certamente a guardare ordine e pulizia, ma devo dire che quando vado in vacanza pretendo una certa qualità. Quando entro in una camera d'albergo vado a vedere cose che magari una persona non nota, ma io sì. Per prima cosa alzo il sifone del lavandino, controllo il porta sapone se c'è, poi il sifone della doccia, ma anche letto, copriletto e lenzuola subiscono un’ispezione. E mi limito a quello altrimenti potrebbe essere un disastro in effetti” conclude Dina.

“C’è stata e c'è tuttora una limitazione della mia libertà legata proprio alla mia funzione, ancor più quando ero procuratrice nella piccola realtà svizzero italiana – afferma da parte sua la giudice del Tribunale penale federale Fiorenza Bergomi – Ad esempio, chi mi invitava a cena sapeva benissimo che io volevo sapere chi c'era o chi non c'era, per evitare di trovarmi in situazioni imbarazzanti, con persone contro cui avevo un procedimento, ma anche già solo con un avvocato che difendeva qualcuno di coinvolto in un procedimento”. Il problema, per lei, è quindi quello dell’immagine che uno dà di sé in una certa funzione: “Per avere fiducia nelle istituzioni, queste si devono sempre dimostrare al di sopra delle parti”.  Una limitazione che riguarda quindi anche la condotta personale, basti pensare all’impatto che avrebbe nell’opinione pubblica un magistrato che commette qualcosa che va contro la legge: “Non bisogna pensare a chissà che crimini, un’infrazione stradale di una certa entità sarebbe già più che sufficiente”. Una limitazione che alla giudice Bergomi non è però mai pesata: “Mi è sempre venuto naturale e non ho fatto fatica a ‘limitarmi’”.

La deformazione utile, che salva anche vite

La deformazione professionale può però avere anche risvolti positivi e, di nuovo grazie a un esempio, è il sociologo Caroni a illustrarci come: “Mi viene in mente il caso di un ingegnere che lavora per le FFS e che, viaggiando in treno per piacere e abituato ad osservare con l’occhio dello specialista, ha notato che alcuni piloni lungo la linea ferroviaria erano, diciamo così, un po’ traballanti, non erano fissati in modo molto solido”. L’avviso a chi di dovere e il successivo intervento di manutenzione hanno così permesso di evitare incidenti o problemi.

E anche tra i nostri interlocutori c’è chi ha già vissuto situazioni simili: “È successo, come medico, che in alcuni casi si notasse qualcosa. Un esempio, realmente accaduto in spiaggia: mi è capitato di notare per caso un tumore della pelle su una persona vicina, e in quel caso uno non può non far finta di nulla. Lo si fa notare, gentilmente, e si consiglia alla persona di sottoporsi a una visita specialistica” racconta Matteo Malacco.

La deformazione, noi e gli altri

La deformazione professionale può infine andare a interferire anche nel rapporto con le altre persone. “Quando noi andiamo a una festa vogliamo rilassarci e divertirci – spiega ancora Caroni –, di conseguenza probabilmente non abbiamo voglia di sederci vicino a uno psicologo che tenderà ad analizzarci. Viceversa, in virtù della nostra figura professionale riconosciuta, potremmo venire sollecitati, anche in maniera invadente, da conoscenti o amici per questioni particolari, penso per esempio all'avvocato che magari viene sollecitato da conoscenti”.

E l’avvocato in effetti conferma, seppur con le debite “contromisure”: “In realtà mi sento fortunato perché penso di riuscire a individuare con molto anticipo dove e quali siano le situazioni da evitare fortemente – afferma Rupen Nacaroglu – E poi non ho paura di sfuggire, mi è già capitato di dire ‘non è il momento di parlare di queste cose’ e di allungare un biglietto da visita chiedendo di affrontare il tema in un altro momento e ambito”.

Situazioni simili a quelle vissute sempre dal chirurgo plastico Matteo Malacco: “È capitato recentemente con una cara amica, che non vedevo da cinque o sei anni. Ecco, più che farmi domande sui miei cinque anni precedenti o reciprocamente sul come andasse la vita, mi ha subissato con una lunga serie di domande su interventi di chirurgia estetica a cui avrebbe voluto sottoporsi. Io, quasi non riuscendo a finire il piatto, a un certo punto ho smorzato sul nascere la cosa, minacciando consulenze pagate e cose del genere… e di certo non sarebbe bastato il pranzo (ride, ndr)”.

In conclusione, dovremmo dunque cercare di trovare un'indipendenza da noi stessi, rendendoci conto di quando il nostro lavoro diventa troppo invadente. Ma effettivamente riusciremo mai a scindere quello che siamo da quello che facciamo? La domanda, e le riflessioni che genera, restano aperte.

Dario Lanfranconi e Patrizia Peter
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